L'intervista

Pierino Esposti, primo gigante dell’età futura 

SAN GIULIANO MILANESE — Pierino Esposti è morto con l’amarezza di essere stato trascurato dalle ultime amministrazioni, soprattutto la giunta Lorenzano con la quale si scontrò a viso aperto. Ma il ricordo di Pierino Esposti è il ricordo di un #GiganteModerno, un uomo che ha visto nel tessuto locale una ricchezza superiore e l’ha trasferita alle nuove generazioni di storici locali, archeologi, appassionati, trasmettendola per primo alla popolazione di San Giuliano Milanese. Ecco come vuole ricordarlo RADAR, a un mese dall’evento tenuto in sua memoria.

Cristiana Amoruso, presidente della sezione Sud Est Milano dell’associazione Italia Nostra, lo ricorda affettuosamente così. «Pierino Esposti era un appassionato. È stato il nostro piccolo ministro degli esteri: ha tenuto in piedi relazioni con Svizzera e Francia quando non c’era nessuno a curarsene. Era ambizioso, e non falsamente modesto. Si era identificato con il cavaliere Pierre Bayard, aveva il mito di questo uomo d’arme valoroso, coraggioso e solo. Tante volte, durante le rievocazioni storiche, si era vestito con il suo costume. Di recente è stata tentata una ricostruzione del volto del Bayard e, curiosamente, ricorda i lineamenti di Pierino. L’ultimo suo progetto era la Battaglia degli Storici, una conferenza contro le false credenze riguardanti la Battaglia dei Giganti del 1515. A cominciare dal nome; per lui era la Battaglia di Zivido, non di Marignano, perché fu combattuta nel territorio su cui odi sorge la frazione sangiulianese». È stato lui a riportare in vita la Battaglia dei Giganti. Prima di lui che cosa c’era? «Prima di lui, negli anni Settanta, c’era il libro di Previato. Ma era un libro di nicchia, nessuno l’aveva reso popolare. Pierino Esposti ha preso la Battaglia e l’ha resa nota al pubblico, con un intelligente connubio tra cultura e popolo. Ha avuto idee innovative, come il corteo storico». Secondo Pierino Esposti quale valore poteva avere la riscoperta della Battaglia, per San Giuliano? «Per lui era incredibile che un fatto di valenza internazionale — e importante per i destini della città — non ricevesse il rilievo che merita. In Francia anche i bambini delle elementari sanno parlarti di Marignan quinze-quinze, cioè della Battaglia di Marignano del 1515; invece a San Giuliano Milanese è un fatto storico sottovalutato. Anzi, svalutato. Riscoprire questa tradizione, per lui, avrebbe portato ad animare di più il posto dove si vive. Pierino era mosso dall’amore per la verità e per la storia. Era forte, pieno di vigore fisico. E il lavoro che ha fatto è eccezionale. Era un uomo per il quale il passato poneva le basi di un rinnovamento dell’orgoglio e della dignità».

Marco Maccari, martedì 10 ottobre 2017 ore 15:39
mamacra@gmail.com

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L'inchiesta cinica, L'inedito

Il purgatorio di San Giuliano

L’uomo di fronte a lui accese una sigaretta con un gesto lento e compassato. I loro sguardi non si erano mai incrociati, nonostante Tobia tenesse gli occhi fissi su di lui. Stava cercando di innervosirlo, di far pesare ogni secondo di quella instabile attesa. La stanza era buia e stretta. Un piccolo ufficio illuminato da una sola lampada da tavolo. Il suo interlocutore continuava a muoversi giocando con i riflessi del fascio di luce che gli spezzano metà del volto. Tobia tremava. Nonostante riuscisse a comprendere il significato di quei gesti, andavano uno dopo l’altro a segno, facendolo precipitare in uno stato di ansia sempre più profondo.
«Bene Tobia, raccontami la tua giornata, non tralasciare nessun dettaglio». Fissava la cenere scivolare via saltellando dalla punta incendiata della sigaretta. Finalmente aveva parlato. La sua voce era scura, piatta. Non tradiva alcuna impazienza. Non c’erano orologi in quella stanza ma sicuramente al di là di quelle mura qualche vecchio campanile stava battendo le due o le tre di notte. Non aveva sonno. La speranza di poter tornare a casa si era affievolita già da un paio d’ore. Trasse un profondo respiro abbassando lo sguardo verso i suoi polsi ed iniziò:

            La mia prima sveglia ha iniziato a suonare alle otto e trenta. Penso di averla spenta con un tocco sullo schermo del telefono. Questa scena si è ripetuta ogni nove minuti fino alle nove e trenta credo – cercò un cenno sul volto dell’uomo davanti a lui, per capire se la sottigliezza dei dettagli era apprezzata, ma ricevette in risposta un lungo silenzio. Non sapeva cosa volesse sapere della sua giornata ed era intenzionato quanto meno a farlo annoiare, come ripicca per quella che per lui era un’ingiustizia. – Ho fatto colazione. Mentre aspettavo che la caffettiera si riempisse sono andato in bagno per lavarmi – fece una pausa inaspettata, non capiva perché continuava a ripensare a quel particolare insignificante. – Mi sono guardato allo specchio e… c’era qualcosa di strano sul mio viso, un segno sotto all’occhio destro che non avevo mai notato prima. Ho fatto una smorfia, ho provato a non farci caso. Il cielo fuori dalla piccola finestra sopra il cesso era lo stesso di sempre. Un grigio anonimo, unificato da una gigantesca nuvola che copriva la città come se fosse una cupola. Ma la mia attenzione tornava sempre lì, su quel segno. – Tobia continuava a parlare a ruota libera. Non era mai stato da uno psicologo, ma era così che si immaginava una seduta psicanalitica, anche se quello era paradossalmente il luogo opposto di uno studio degli eredi del dottor Freud. – Avrei dovuto iniziare a studiare. La mia scrivania era tappezzata di post-it, schemi e orari che avrei dovuto rispettare per prepararmi al meglio al prossimo esame. Sa, me ne mancano solo quattro prima della laurea – non attese nemmeno una risposta. – Il mio computer mi chiamava, avevo tempo fino a mezzogiorno. Quando dovrei fare altro e invece mi metto a giocare o a guardare una serie tv faccio finta di non accorgermene. Mentre digito sulla tastiera mi volto da un’altra parte, mi distraggo con qualche pensiero per cercare di alleviare il senso di colpa. Poi quando il gioco è avviato, o la puntata iniziata mi dico: «Beh, una mezz’ora dai, non può cambiare nulla alla mia giornata». Non lo so perché lo faccio, a volte il tempo scivola via fra le immagini del mio schermo. Ci sto veramente troppo, lo ammetto, ma non è nemmeno questione di dipendenza o attrattiva… è più… una fuga, ecco… Quelle luci, quei suoni mi fanno evadere – gli venne da ridere per la scelta incosciente di quel verbo. – Cosa dovrei studiare? – si poneva le domande da solo, sperando di entrare nella mente dell’uomo che continuava ad ascoltarlo impassibile. – Scienze della comunicazione. Non mi chieda il perché di questa scelta. Sono bravo però, o meglio, vado a momenti. In realtà penso che l’università non sia così utile. Ultimamente lo dicono in tanti, però un pezzo di carta effettivamente serve… è la formazione che manca, non so se mi spiego. Non sento di imparare qualcosa di utile. La mia giornata giusto, sto divagando – aspettò un gesto che non arrivò. – È stato come uno schiocco di dita, ho risollevato gli occhi ed era mezzogiorno. Mi sono vestito di corsa per andare a lavoro. Lavoro insomma, è quasi un hobby, consegno pizze con il motorino. Non pagano bene, anzi, direi che praticamente non pagano; ma io per ora non ho grandi spese. Vivo ancora in casa con i miei e con questi pochi euro riesco a togliermi degli sfizi. Lo so, suona quasi come uno spot televisivo, ma per me va più bene. E’ un lavoro semplice, non devo pensare a nulla. In strada davanti a casa stanno facendo dei lavori alle tubature. La via è chiusa e quindi devo percorrerla in senso contrario. Può sembrare stupido, ma andare al contrario rispetto alle proprie abitudini destabilizza. Ero ancora perso in questi pensieri durante la prima consegna. Conosco quasi tutti gli indirizzi a memoria. All’orario di pranzo consegniamo principalmente negli uffici e qualche volta riesco anche a mettere da parte una decina di euro di mance. Non mi dispiacciono queste giornate. Il caldo è ormai un ricordo lontano, ma non c’è ancora quel freddo pungente che ti congela le dita quando tocchi il manubrio. Ho lavorato per due ore. Cinque consegne. Quindici euro. Il pizzaiolo, un ragazzo egiziano di poco più grande di me, era di buon umore e mi ha anche offerto una focaccia. Mentre mangio solitamente scrollo la bacheca di Facebook e di Instagram. Raramente pubblico qualcosa, il mio profilo ha qualche foto, qualche canzone; principalmente lo uso per vedere come se la passano gli altri. Non i miei amici stretti, con loro preferisco uscire. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato. Ho un bel gruppo di amici che ormai definisco “storici”. Usciamo insieme da quando abbiamo quattordici anni e nel tempo si sono unite fidanzate e amiche. Solo un paio di loro sono usciti dai radar, li sento ogni tanto, ma non saprei dire cosa fanno nella loro vita. In una scala di valori direi che l’amicizia per me è sicuramente al primo posto. Siamo cresciuti insieme fra queste vie. Ci siamo aiutati a vicenda. Qui non c’è molto da fare, penso lo sappia, le giornate sembrano una la copia dell’altra, quindi è essenziale avere degli amici che ti aiutino a distrarti. Mi sono ritrovato davanti alla biblioteca alle tre. I rumori dei lavori mi impedivano di studiare in casa. Qualcosa mi ha bloccato dall’entrare. Mi sono girato verso la piazza. Un’inutile spazio bianco. La facciata della chiesa è ancora in ristrutturazione. Secondo me quella piazza esprime perfettamente il senso di questa città. Non serve studiare comunicazione per capire che una piazza è il simbolo del paese. Non lo posso negare, mi fa schifo il posto dove vivo. Sì, so cosa sta pensando. «Perché semplicemente non vai via. Conosco molti ragazzi che hanno cambiato città, o che sono andati all’estero, cosa ti blocca qui?» – disse cercando di imitare la sua voce calma senza risultare insolente. – Non lo so sinceramente. Spesso mi convinco che sia una questione economica, ma mento a me stesso. C’è qualcosa in questo cielo, in questa cupola, che non mi permette di uscire. È come se fosse un purgatorio, tu sei cosciente che esiste qualcosa di più bello oltre, un empireo, ma senti di appartenere a questo posto, senti di meritarlo, ti si attacca alla pelle. E poi c’è il rischio di inciampare e precipitare. Io mi lamento di questa città, di questi odori, dei suoni e del traffico, ma sono fortunato. Milano è a pochi chilometri da qui, ho tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno. Penso di aver atteso per almeno dieci minuti davanti alla biblioteca. Dalla parte opposta della piazza c’è il vecchio asilo lasciato a se stesso. Se non ricordo male era stato costruito durante il fascismo. Noi non abbiamo una lunga storia alle spalle e quell’edificio quindi mi è sempre sembrato vecchio, stanco. Non ricordo bene da quanti anni sia abbandonato. Di fianco c’è una torre. C’è una torre, vuota. A volte penso che salendo su quella torre si riesca a vedere oltre. No, non perché così alta da sovrastare i palazzi e concederci uno sguardo sull’orizzonte, ma perché da l’idea di essere una porta sul tempo. Guardando dalla sua cima immagino di conoscere il passato e di proiettarmi verso il futuro, oltre la cupola. Non so perché mi ritorna sempre in mente questa immagine, sarà una strana assonanza con il centro commerciale Le Cupole dove ho passato tanti pomeriggi. Ridendo i miei amici mi ricordano che se riesco a laurearmi potrei finalmente coronare il sogno di lavorare fra le sue mura arrotondate: al McDonald’s. Non serve che le dica che sono riuscito a studiare pochissimo questo pomeriggio. Forse una parte di me era cosciente di questo strano epilogo della giornata, ma sicuramente mi era impossibile concentrarmi. Ho provato a scrivere ai miei amici, avrei voluto prendere una birra in compagnia, chiacchierare fino a tardi. Ma ogni possibilità di serata è naufragata. Il ritornello era sempre quello: “Domani ci si alza presto, qui a Sangiu non c’è nulla e dovremmo prendere la macchina, troppa fatica per un martedì sera”. Vorrei chiedere a Dante se ha trovato una birreria in Purgatorio, non ricordo se ci fosse qualcosa a riguardo nella Divina Commedia. Ed eccoci giunti a stasera. Poco prima del nostro incontro. Ho mangiato a casa. Mi sono rimesso a letto davanti al computer. Ero pronto a riaprire Netflix, ma qualcosa mi ha bloccato, ancora quella sensazione che mi perseguitava dal mattino. Avrei voluto parlarne con qualcuno. Per un momento ho addirittura pensato alla mia ex. Ci siamo lasciati consensualmente sei mesi fa dopo tre anni insieme. L’aspetto più strano di questa faccenda è che non ci sono nemmeno rimasto male. Quel rapporto era parte della cupola, nato all’interno di essa e destinato a rimanerci. Subito dopo esserci lasciati ho assaporato un po’ di libertà. Ho creduto che qualcosa fosse realmente cambiato, ma era una magra illusione. Ero semplicemente passato da fidanzato sotto la cupola a single sotto la cupola. Dal purgatorio non si scappa con qualche stratagemma così comune: ne sono cosciente. Mi sto allontanando da ciò che lei vorrebbe sentire, ma non penso di avere risposte interessanti ai suoi interrogativi. Ho atteso che i miei genitori andassero a letto e sono uscito, verso le undici. Le strade sono già quasi completamente deserte a quell’ora. Solo poche macchine che passano veloci senza fare caso a noi oscuri viandanti. Basta un messaggio. Non usiamo strane parole in codice o un linguaggio segreto. Lui risponde con un luogo. Tutto molto semplice e diretto. Sapete perché sta diventando così famoso? Lui non è un piccolo spacciatore come tanti altri che affollano le nostre piazze. Lui, in un certo senso, possiede l’arte del venditore. No, non lo sto facendo apposta, realmente non conosco il suo nome. Mi ha dato il suo contatto un mio vecchio amico dicendomi che vendeva l’erba più buona del sud Milano. Non posso essere processato per aver fumato qualche canna nel passato vero? – non giunse nessuna risposta. – Comunque, chiamiamolo Virgilio, ha il compito di condurci fino ad assaggiare il paradiso. È stato lui a propormi questi nuovi preparati sintetici. Si dice che gli arrivino direttamente dalla Germania, ma non so dire se è vero. Naturalmente non mi sono mai messo a fare troppe domande. Si studia con più concentrazione, ma specialmente, per pochi minuti riesci a dimenticare il colore di questo cielo. Si riesce ad immaginare cosa può esserci oltre. Lo so che sembra un controsenso, ma mi sento libero. Tornando a questa sera. Mi sono fatto trovare fuori dal cimitero a mezzanotte meno un quarto. Ho atteso cinque minuti. C’erano altri due ragazzi a pochi passi da me. Abbiamo fatto finta di nulla. Non so i loro nomi. Poi è avvenuto lo scambio. Veloce, semplice. Di Virgilio so solamente che ha la pelle chiara, un viso squadrato e duro, ma non l’ho mai visto alla luce. Tiene molto alla sua privacy. Sono risalito in macchina, ancora sovrappensiero, e dopo pochi metri, io e lei, ci siamo incontrati. 

            Respirò. Solo in quel momento si ricordò di essere stato portato in caserma dai Carabinieri. Avevano trovato sospette quelle strane mentine che lui custodiva nella tasca interna della giacca. Aveva immediatamente deciso che era inutile mentire. Il commissario davanti a lui si era acceso una seconda sigaretta e sembrava soppesarla fra le mani mentre decideva se credere o no al racconto di Tobia. Aveva davanti uno stravagante universitario di San Giuliano, ma in fondo, un ragazzo come tanti altri, stanco della sua vita e troppo pigro per cambiarla. Lo aveva incuriosito la sua storia. Alzò lo sguardo oltre alla cappa di fumo immaginandosi sotto allo stesso cielo, alla stessa cupola. Lui non era cresciuto lì, veniva da lontano, ma in un certo senso riusciva a comprendere la mancanza di speranze del ragazzo. Era riuscito a spaventarlo il giusto, ma non serviva trattenerlo oltre. Non era di certo un pericoloso trafficante di stupefacenti. Era solo stato estremamente sfortunato. La sigaretta finì schiacciata nel posacenere. Si alzò facendo cenno a Tobia di seguirlo. Lo stava per lasciare andare, ma in cambio desiderava un numero di telefono. Era il momento di fare due chiacchiere con il celebre Virgilio.

Davide Polimeni, lunedì 9 ottobre 2017 ore 10:10

davidepolimeni@gmail.com

 

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Cronaca

Pedriano-Locate, strada o discarica? Pulizie previste da domani mattina

PARCO AGRICOLO, STRADA PEDRIANO-LOCATE – Lascia la rotonda tra la Binasca e la Santangiolina, prendi per Pedriano. Andrai avanti fino al borgo abbandonato di Mezzano; saluterai qualche curva e ti troverai in un rettilineo stretto, malamente asfaltato, che ti costringe a scendere con due ruote sul ciglio della strada ogni volta che incontri un’automobile in senso contrario.

È la strada agricola che corre tra Pedriano, frazione di San Giuliano Milanese, e porta sulla strada per Locate Triulzi, non lontano da Viboldone. Lungo la carreggiata, dal cavalcavia ferroviario fino all’ultimo miglio, si ammassano rifiuti: materiali edilizi, scarti di cantiere, plastiche, vetro, bottiglie, televisori, grossi elettrodomestici sfasciati, indumenti abbandonati, mobilio, copertoni ammucchiati con una frequenza quasi rigorosa, che ne fa una discarica illegale.

Chi pratica il tragitto ogni giorno fino a Milano ha potuto notare un incessante aumento dello scarico abusivo di scarti edilizi e di rifiuti. La strada è compresa nel parco Agricolo Sud Milano ed è di competenza del comune di San Giuliano Milanese.

Un cittadino ha bussato in comune. Racconta le sue scoperte. L’Ufficio Tutela Ambientale di San Giuliano lo ha accolto rispondendo che le pulizie inizieranno domani mattina, sabato 28 gennaio.

«Il problema, stando alle dichiarazioni dell’Ufficio, riguarda il mancato intervento delle forze dell’ordine durante i controlli su strada» riferisce il cittadino. «Una volta bloccati i furgoncini carichi di materiale di scarto e verificato che il furgoncino non ha licenza per il trasporto di rifiuti, le forze dell’ordine dovrebbero intervenire per sequestrare il mezzo. Ma così non avviene».

L’Ufficio ha in programma di proporre al sindaco di San Giuliano Milanese, Marco Segala, una riunione con i sindaci di zona, compresa Melegnano. «Il problema non è isolato a questa strada soltanto» conclude infatti il cittadino, «è esteso ai territori di tutti i comuni limitrofi». E invade i campi; vedi le ultime foto.

Seguono immagini della strada, in ordine di marcia. Clicca per ingrandire e scorrere a dimensione reale:

Marco Maccari, venerdì 27 gennaio 2017 ore 11:31

mamacra@gmail.com

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Satira

Elezioni, andiamo a Teatro

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Dopo di che, ti appare Madre Teresa.

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Elezioni centrodestra. Facciamo che ognuno guarda dove vuole lui.

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L’intenso rapimento del militante a sinistra fa accendere una fiammella tricolore sulla sua testa.

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Fermi così fermi così fermi così: perrrrrfettooooooooooo. Flash.

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Elezioni centrodestra. Teatro dell’Assurdo.

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Forza Alia.

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Quella mano tra i ginocchi è fortemente sospetta.

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Elezioni centrodestra. La mano invisibile.

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Elezioni centrodestra. Il nuovo spettacolo di Giulio Cavalli.

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#pubblicitàelettorale

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L'intervista

Indaga, Lorenzi, indaga, che Marchitelli già pensa allo humour

SAN GIULIANO MILANESE – Stavolta l’anima nera del romanzo è Silvio Laudadio, un chirurgo che passa le ferie ad alta quota sul Lago Maggiore, trapianta organi illegalmente e dirige un traffico di esseri umani, assoldando (e schiaffeggiando, se occorre) un boss di ’ndrangheta. È Laudadio a emettere l’ordine segreto dal quale si sviluppa la trama del nuovo romanzo di Gino Marchitelli, Sangue nel Redefossi. «Laudadio è un personaggio di fantasia, ma mi è piaciuto tratteggiarlo come l’incarnazione dei maggiori mali italiani» afferma Marchitelli.

Il libro contiene la quinta indagine del commissario Matteo Lorenzi di Lambrate. La nuova trama regala un Lorenzi in via di equilibrio: l’amore è ritrovato, si torna agli affetti familiari. Il buon umore del commissario, le sue convinzioni civili e i suoi divertiti amori con la giornalista Cristina Petruzzi, coprotagonista, elevano una trama complessa, effettivamente tenebrosa. È il 2009 e a Milano avviene una morte misteriosa e controversa. Il corpo di un architetto è stato trovato su un marciapiede, privo di vita, in una postura scomposta. È caduto dall’alto, dicono. Si è suicidato, concludono. Ma qualcosa non quadra. Sarà Lorenzi, rivivendo l’incubo della moglie morta Eleonora, a dipanare il filo di un’indagine culminante in un colpo di scena che toglierà a tutti i personaggi, nessuno escluso, la soddisfazione che cercano.

«È una favola che porta alla luce alcune verità» dichiara l’autore. Come favola, si mette male molto presto: falsi missionari violenti, migranti detenuti in clandestinità, professionisti finto-suicidati… «Infatti sto inventando un personaggio diverso, per una serie noir del tutto nuova» annuncia Gino, «un protagonista completamente opposto a Lorenzi. Un tipo sbadato, distratto, che inciampa spesso ma che, in modo sempre originale, riesce a risolvere indagini importanti».

In effetti, finora Marchitelli ha condito i suoi noir con molti elementi positivi, contando sulle battute di spirito dei protagonisti, sulle loro virtù di servitori incorruttibili dello Stato, sui lazzi e gli amorazzi dei personaggi. Allenta sempre la tensione il mosaico etno-dialettale che compone il commissariato di Lambrate. Diverte, in fondo, anche il sipario tra Lorenzi e il questore di Milano, che elargisce piena libertà di movimento al commissario Lorenzi solo per togliersi uno sfizio: «Sono sicuro che, seguendo le sue tesi complottistiche, commetterà qualche errore, dandomi la grandissima soddisfazione di poterle dire che non è l’uomo così infallibile che tutti vantano» pronuncia il grande oppositore del commissario.

È un continuo confronto a mani nude con il peggio della Lambrate imborghesita e con le sue immediate vicinanze. La scena del romanzo è la Milano criminale dei ricchi professionisti, la San Giuliano Milanese immersa nei rottami del sogno e della cruda realtà, la frazione semiabbandonata di Mezzano, infine la Melegnano meno sospettabile che ci sia (il romanzo si apre con una cena di ’ndrangheta «all’ombra del Castello»).

Sono presenti denunce sociali di livello. Rivolte soprattutto contro i corruttori legati al crimine organizzato, sempre interessati a infiltrare le amministrazioni comunali. Quest’ultima denuncia è affidata al personaggio di Giovanna, figlia di operai sangiulianesi, che rinuncia al suo assessorato e rende noto alle forze dell’ordine un traffico illecito, che la fantasia dell’autore ha fatto svolgere alle spalle dell’amministrazione comunale.

Il romanzo contiene anche un messaggio politico. Marchitelli è da lungo tempo attivista nel movimento proletario. «La politica deve essere ripulita. A Melegnano, così come a San Giuliano e a San Donato. L’affarismo personale, sia esso da un centesimo o da un milione di euro, deve uscire fuori» dichiara. «Stiamo parlando di persone che vanno ad amministrare la nostra vita pubblica. Il vecchio modo di fare politica deve finire, ci vogliono persone che si sbattono gratis per gli altri».

Marco Maccari, mercoledì 10 febbraio 2015 ore 12:27

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Cronaca

A te affido i desideri, o dea delle acque

ROCCA BRIVIO – La comunità thailandese lombarda festeggia il Loi Krathong, la festa della fine del raccolto. «Per l’augurio di un anno migliore – commenta Furio, 45 anni, abitante nel sud est milanese e con famiglia italo-thailandese. – È un popolo fiero, la Thailandia, orgoglioso di non avere mai conosciuto colonizzazione». 800 persone entrare a ingresso libero, banchetti per l’acquisto di beni e prodotti tradizionali (dal cibo ai letti e cuscini thailandesi), e l’esclusiva cornice di Rocca Brivio in San Giuliano Milanese hanno visto snodarsi una festa che, dalle 10 alle 17 di domenica 15 novembre, ha intrattenuto ospiti di diverse città lombarde e italiane, come Pavia, Varese, Bergamo, Bologna, Sorrento.

Il krathong è una composizione galleggiante ottenuta dall’intreccio di foglie di banano e fiori, con un lume di candela acceso al centro. Da 800 anni il popolo thailandese celebra questa festa di luci, in origine in ringraziamento alla dea delle acque Phra Makhongkha, successivamente in onore del Buddha. «Ringraziamo i fiumi e le acque dei canali per il raccolto – spiega Lin, attiva partecipante della direzione organizzativa, curata dall’associazione Sawasdee. – La festa del Krathong è celebrata anche dai giovani innamorati, che depositano i loro galleggianti sulla superficie delle acque esprimendo un desiderio. Se i galleggianti scorrono insieme per un lungo tratto, per la giovane coppia sarà segno di desiderio esaudito». I monaci buddhisti hanno inaugurato la mattinata con una celebrazione, proseguita con le dimostrazioni di arte marziale con spade e bastoni e sulla sfilata di Miss Loi Krathong.

Marco Maccari, lunedì 16 novembre 2015 ore 11:28

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Cronaca

S12, 650 firme (e gli utenti vogliono firmare ancora)

Acquistare la tessera di Trenord è diventato abbonarsi a delusioni e fastidi, è il sentiment espresso dagli utenti sui social sud est milanesi

MELEGNANO – 19 Ottobre. Con il treno delle 7:38 una delegazione di Sinistra Ecologia e Libertà è partita con destinazione Milano, per consegnare una raccolta di 650 firme al governatore regionale Roberto Maroni, al presidente Andrea Gibelli, all’amministratore delegato di Trenord Cinzia Farisè, al sindaco Giuliano Pisapia e al consigliere delegato alla mobilità della Città Metropolitana Arianna Censi.
In un secondo momento anche il sindaco Vito Bellomo, il sindaco di San Giuliano Alessandro Lorenzano e il sindaco di San Donato Andrea Checchi riceveranno i fogli di firme.
Causa della petizione è l’enorme ritardo nell’attivazione della linea suburbana S12 Melegnano-Cormano, prevista per gennaio scorso, poi prontamente posticipata in primavera, per poi essere rimandata «alla fine di Expo», ha sostenuto l’assessore regionale ai trasporti Alessandro Sorte.

Valentina Cannavò ha preso parte attivamente. Dice: «Abbiamo distribuito volantini e appeso due manifesti e l’interesse dei cittadini è davvero vivo, tanto che molti pendolari hanno chiesto se fosse ancora possibile firmare. I pendolari sono esasperati, la situazione sui treni sta diventando insostenibile: sono sempre colmi. Ormai tutti concordano sulla necessità di far partire subito la linea S12».

«Le firme – ha proseguito – sono state consegnate e la speranza ora è che queste possano sbloccare la situazione, facendo partire immediatamente la nuova linea».

Martina Papetti, mercoledì 21 ottobre 2015 ore 9:59

martina_papetti@libero.it

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