L'inchiesta ninfetta

La solitudine di Bertoli

2010 DOPO CRISTO. VIA CERCA VECCHIA. Mattina, 5:45. Terreno aziendale, recinto di una divisione logistica. Carlo prende le chiavi del deposito di container. Ficca la chiave nel cancello: il solito tintinnio finissimo, come di uccellini meccanici. Destinazione, container D6-7XXX-XX. Dentro ci sono componenti di fabbrica da consegnare.

Il cielo è di fumo. Un posacenere. Per gli operai è il momento di accendersi una paglia, sbuffare insieme fino alla stessa ora. Un rito sottoproletario.
Carlo tira l’ultimo respiro senza filtro. Butta il mozzicone; schioda il portello. Sgancia la maniglia.

All’interno le sagome di quattro cinesi, semisdraiati, vedono il mattino apparire in sembianze di un quadrato chiaro.
In quel quadrato c’è il territorio di Melegnano. C’è la libertà. Li risucchia via.
Spariti. Carlo ha solo il tempo di fissare il ricordo di quattro asiatici, chiusi settimane in un container, come in una piramide, per la libertà.

LA FABBRICA DELLA PAURA

«Un politico non parla. Un politico ha un vocabolario fisso di 10 parole in tutto da pronunciare davanti alle telecamere».

Siamo nel futuro, fra pochi anni. Un giovane signore intrattiene il pubblico. «10 parole più o meno. Non sono parole a sua scelta. Sono solo quelle che i suoi sponsor vogliono sentire. Un politico non dirà mai le cose come stanno. Un politico dirà le cose che gli confermano appoggio. Un politico non è mai libero di dire quello che gli pare perché un uomo libero è un uomo solo e “un politico solo è un politico fottuto” per dirla come Fabrizio De André».
L’interlocutore beve un sorso. «Prendiamo le elezioni del 4 marzo 2018. I politici capirono che per prendere voti, tanti voti, dovevano prestare la loro voce, le proprie parole alla paura sviluppata nei confronti di chi è immigrato. C’è una paura che esiste a prescindere ed è la paura che uno sconosciuto appaia e ti faccia qualcosa di male. Esiste un senso di orgoglio, di appartenenza a un territorio, che prescinde dalle tue idee; o ce l’hai o no, o ti senti parte o no; e, se ti senti parte, ti senti in diritto di riversare questo orgoglio su chi viene da fuori. Ecco, qualcuno riversa questo orgoglio come una vendetta, dice: Tu qui non puoi venire; Tu qui non puoi stare; Tu sei solo un ospite e ti comporti da ospite. Il problema è che nei centri abitati urbani questa paura e questo senso di orgoglio si uniscono alla solitudine. La solitudine è il vuoto, è mancanza di ricchezze, di informazioni, di relazioni. È la rabbia di chi va al lavoro ma non si arricchisce, va a scuola ma non si istruisce, esce di casa ma non conosce nessuno, guarda la televisione ma non capisce il mondo, non conta; e finisce per dare forma, nella sua solitudine, a comportamenti sempre meno tolleranti, sempre meno pacifici nei confronti di tutti, specie di chi viene da fuori».

Finisce l’acqua. «Dare voce alla paura dell’immigrato. Amnesty International l’ha chiamata fabbrica della paura. 600 attivisti di Amnesty hanno monitorato, dall’8 febbraio al 2 marzo 2018, i profili social dei candidati alle elezioni parlamentari. 787 segnalazioni di discorsi di odio in 23 giorni, di cui il 91% contro migranti e immigrati, definiti «bestie» e «vermi».
Il restante 9% era contro islamici, gay, rom, donne.
Nella sola Lombardia le frasi segnalate sono state 123, di cui 106 erano, definisce Amnesty, “razziste”».

LA PIRAMIDE DELL’ODIO

«Questo, perché esiste una piramide dell’odio. È costruita sul pregiudizio. Si innalza con atti di discriminazione. Sale con i discorsi d’odio. Culmina nel crimine. I discorsi d’odio sono incitamenti espliciti alla paura, all’odio, al pregiudizio, alla discriminazione, al delitto. Bersaglio dell’odio è una persona o un gruppo di persone appartenente a un gruppo sociale, a un’etnia, a una lingua, a una religione, a un orientamento sessuale, a un’identità di genere o a una particolare condizione psicofisica.

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La piramide dell’odio in Italia, secondo la relazione della commissione parlamentare Jo Cox.

Il discorso d’odio o linguaggio di odio, invece di promuovere l’eguaglianza dei diritti tra un cittadino italiano e un richiedente asilo che fugge dalla guerra, invita a guardare il richiedente asilo come uno che “va fermato all’origine” (dichiarazione firmata).

La verità? La verità è che l’unione europea ha destinato 3 miliardi e 100 milioni di finanziamenti per potenziare l’accoglienza dei migranti.

È un mare di soldi.

Sono finanziamenti stanziati per 7 anni (clicca e leggi) dal 2014 al 2020. I Paesi dell’unione hanno il compito, con questi soldi, di migliorare i sistemi di asilo e di integrazione dei migranti. L’Europa ha chiesto ai Paesi di sostenere l’asilo e l’integrazione fissando una quota minima molto alta, senza precedenti nella storia dell’Europa unita.
Un mare di soldi. La commissione europea, il 13 giugno 2018, ha deciso di aumentarli del 51%, destinando altri 10 miliardi e 400 milioni di euro per l’asilo e l’immigrazione. È un fondo chiamato AMF, Fondo Asilo e Migrazione. Evidentemente a qualcuno non piace».

IL BAROMETRO DELL’ODIO

«L’Italia è il primo Paese occidentale per ignoranza sull’immigrazione. Secondo i dati di Ipsos Mori la gente in Italia crede che gli immigrati siano il 30% della popolazione.

Non è vero. A giugno del 2018 l’ISTAT ha dichiarato che gli immigrati sono l’8,5% della popolazione italiana». 

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In alto a sinistra: gli immigrati sono l’8% (fonte ISTAT). Dalla relazione della commissione Jo Cox.

E DOPO LE ELEZIONI?

«Chi è stato eletto è lo stesso che in campagna elettorale ha pronunciato frasi di odio.

In campagna elettorale il professore Attilio Fontana, oggi presidente del consiglio regionale della Lombardia, ha pronunciato 20 frasi che Amnesty International identifica come discorsi di odio.
Matteo Salvini, oggi ministro dell’interno, ha pronunciato 180 frasi di odio.
Giorgia Meloni, 113 frasi.
Silvio Berlusconi, 12 frasi.
Roberta Lombardi, 7 frasi.
Raffaele Fitto, 1 frase.
Mario Adinolfi, 1 frase.

Scrive il rapporto di Amnesty International: “I partiti con maggiore incitamento all’odio contro migranti e immigrati sono stati:
Lega Nord (52%),
Fratelli d’Italia (22%),
Forza Italia (22%).
Seguono Movimento 5 Stelle (2%) e Noi con l’Italia (1%)”.

Contro gli islamici:
Lega Nord (43%),
Fratelli d’Italia (33%),
Forza Italia (17%).

Contro donneomosessualitransessuali:
Fratelli d’Italia (41%),
Lega Nord (36%),
Forza Italia (14%)”.

LINGUAGGI DI PACE

«Amnesty afferma che il 32% di tutti i discorsi d’odio segnalati contenevano bufale, fake news. Il 36,4% era difficile da confermare.
Insomma i discorsi d’odio fatti in campagna elettorale nel 2018 erano al 68% infondati o confusi. Hanno dato voce a una rabbia inconscia. Senza informarla.

Le elezioni del 2018 furono una fabbrica della paura. Da quella data in Italia capirono — dopo gli spari di Caserta, l’omicidio del senegalese Sacko e la sparatoria di Macerata — che il discorso d’odio è la culla del crimine.

Capirono che l’integrazione è armonia. Capirono che ci vogliono discorsi di pace».

Leggi la relazione di Amnesty International: report-barometro-odio

Leggi la relazione sulla Piramide d’Odio della commissione Jo Cox: Jo_Cox_Piramide_odio

 

69745_juliuscaesar_mdIL CRISTO DEI ROMANI 

Faceva appello al popolo e al senato, non agli oligarchi. Era clemente con gli avversari. Aveva un sogno per Roma e lo compì, e fu pugnalato 23 volte per questo.
Iniziò facendosi sacerdote di Giove. Per tutta la vita si distinse come uno che promette e che mantiene. Credeva nei giovani: li adottò come figli, nell’usanza romana; Antonio, il focoso, Bruto, il filosofo, Ottaviano, il riflessivo: indoli divergenti, unico padre.

Che voleva la pace. Con la sua visione di una nuova legge agraria e di riforme — prima a lungo rinviate — come la riforma del calendario solare di 365 giorni, la ristrutturazione dei debiti, la razionalizzazione delle professioni, la ricostruzione di Cartagine; con il suo progetto di una biblioteca di Roma modellata sulla biblioteca di Alessandria d’Egitto, Caio Giulio Cesare, il Cristo dei romani, ridonò la vita a un popolo condannato a morte.

Il suo assassinio non ha che allargato la via alle riforme. L’erede Augusto, prescelto attentamente, consegnò il nome di Cesare ai successori; nella sua pace, la pax augusta a lungo sognata, fiorì il meglio di una civiltà.augustus

 

IL GIARDINO SOLITARIO DI MELEGNANO

  1. Rivediamo la cementificazione
  2. determiniamo insieme quali opere pubbliche sono prioritarie
  3. ricostruiamo le strutture sportive esistenti
  4. parcheggi sotto piazza Giovanni Paolo II sì, ma solo dopo avere sfruttato tutte le opportunità presenti
  5. controllo del vicinato
  6. centri estivi comunali da riaprire con le associazioni
  7. il sindaco della notte
  8. introduciamo la tariffa puntuale sui rifiuti

Immaginiamo. Il sindaco Rodolfo Bertoli è in municipio, nel suo studio. Posa il foglio. Ha appena riletto gli 8 punti di programma del «patto per fare rinascere Melegnano». 

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L’originale è del 2500AC. È nel British Museum, che conserva le istruzioni rinvenute su una tavoletta d’argilla. 2 giocatori ricevevano 7 pedine ciascuno, giocavano su 20 caselle con l’aiuto di 4 dadi tetragonali dai vertici colorati di bianco. È chiamato Gioco Reale di Ur e per 3000 anni, prima dell’invenzione degli scacchi, è stato il gioco da tavolo più appassionante del Vicino e Medio Oriente. Caso, abilità personale, probabilità statistica e strategia — e l’occhio degli dei, considerati spettatori del gioco — definivano in eguali misure la partita.

Il patto fu formato nel giugno 2017, prima del ballottaggio che vide contendere Rodolfo Bertoli contro il centrodestra. La candidata sindaca Lucia Rossi, uscita fuori al primo turno, cercò alcuni punti in comune tra il suo programma di governo e il programma di Rodolfo Bertoli. Ne trovarono 8 (l’elenco sopra). «Per vedere realizzati questi punti, avremo bisogno di votare per Rodolfo Bertoli al ballottaggio del 25 giugno» concluse Rossi.

I commenti furono: «Lezione di coerenza», «signorilità». Pietro Mezzi, in coalizione con la Rossi, esortò i suoi: «Al ballottaggio del 25 giugno si vota. Contro la destra, vota Bertoli».

Agli elettori del 2017 piacque essere trattati bene. Per la prima volta vennero giù i muri che dividevano gli elettori, desiderosi di sentirsi uniti e di firmare di propria mano il miglioramento. Aderirono festosamente.

Bertoli stravinse.

Non ci furono apparentamenti.

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Da destra a sinistra: «Produzione di birra. 134,813 litri d’orzo da consegnare in 3 anni (37 mesi) all’ufficiale governativo Kushin, responsabile della produzione di birra nel tempio di Inanna a Uruk». La tavoletta è considerata — assieme ad altre 76 di identica mano conservate nei musei di tutto il mondo — un capolavoro della pittografia sumera. È datato al 3000AC. Misura 6,8/7,2/1,9 centimetri, è in scrittura pittografica di livello esperto (fonte).

MELEGNANO, CITTÀ SUMERA

Vivere in città è un’arte. Tutta da scoprire. La scopriamo da 5000 anni. Come specie umana abbiamo iniziato in Medio Oriente con i Sumeri. Che, per fare una città, avevano bisogno di:

  1. un fiume
  2. un tempio e un palazzo
    2.1. con attività e case
  3. campi coltivati intorno.
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Cartina topografica sumera, iscritta in carattere cuneiforme. È la prima mappa conosciuta nella storia. È uno studio dei campi di proprietà reale di Nippur, la più antica città sumera. Le città-stato sumere erano organizzate entro una duplice cerchia muraria, la più interna dominata dallo ziqqurat e dedicata al culto, alla burocrazia e alla conservazione delle risorse, la più esterna dedicata alle attività produttive e alle abitazioni. L’impianto generale delle città sumere è durato nel tempo ed è lo stesso delle città odierne: un centro riconoscibile e identificativo, una o più d’una periferia destinata alla residenza e all’industria. I dintorni della città erano terreni coltivati.

Melegnano, città sul Lambro, è una città sumera. (Per scherzo. Ma non troppo). La storia insegna: arrivava un tempo nelle città sumere in cui la popolazione era talmente cresciuta, talmente cambiata, da rendere opportune le riforme.
Le leggi, prima fatte — giustamente — da chi aveva reso illustre il luogo, ora volevano essere fatte dalla gente nuova, volenterosa di migliorare la vita.

Era il tempo per il miglioramento.

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Tavoletta sumera con mappa astronomica ritrovata nella biblioteca di Ninive, 3300AC. Il contenuto, scritto in carattere cuneiforme, documenta le sofisticate conoscenze scientifiche elaborate nelle città-stato sumere: 1) il sistema numerico decimale, 2) il sistema basato sul 60 (i 60 minuti e 60 secondi, i 360 gradi del cerchio), 3) la settimana, 4) equazioni di secondo grado.

LA PACE DI MELEGNANO

Melegnano iniziò il cambiamento nel 2017. Tre capi politici, Bertoli, Mezzi e Rossi, non si fecero la guerra ma strinsero atti di pace, per fare rinascere la città sul Lambro.

Ai cittadini piacque. Si sentirono trattati come una comunità unita. Votare in tanti — e in diversi — piacque e piacque uscire fuori ciascuno dal proprio giardino solitario, per vedere come i giardini di tutti chiedessero pace e abbondanza. 

Impossibile tornare indietro. Il 2017 insegnò ad andare oltre il criterio del «mio orticello» per abbracciare il miglioramento di tutti. 

MODESTA PROPOSTA

Favorire la pace si può. Occorrono, e presto:

  • imposte comunali eque
    perché vivere in una cittadina dev’essere accessibile a tutti e premiante per chi rispetta di più la comunità.

E non c’è tassazione senza competenze. Perciò occorre: 

  • collaborazione dell’intera comunità
    cioè associazioni, comitati e professioni perché la vita di comunità è fonte preziosa di competenze, efficacia e saper fare.

Non c’è collaborazione se non c’è vivibilità. Perciò:

  • servizi a costi ragionevoli con risultati ragionevoli
    perché i servizi e in specie quelli sanitari sono la prima forma di ridistribuzione. 

I servizi hanno bisogno di rispondere a domande attuali, non a bisogni superati. Perciò: 

  • identità e originalità al passo con innovazione e benessere
    perché le libertà e le identità locali vanno promosse in modo che siano all’altezza del futuro senza smarrirle o peggio lasciarle alla contraffazione.
PACIFICA RICHIESTA

Nel 2018 noi che viviamo in una città siamo il 65% della specie umana. Nel 2028 saremo il 75%. C’è in gioco il nostro destino. Non solo per strade più belle o edifici migliori: c’è bisogno di un cambio culturale. Di una migliore mentalità.

Che vuole pace. Il sindaco Rodolfo Bertoli — che l’ex amministrazione offese chiamandolo «lo sconosciuto» — in questo è tutt’altro che solo. 

Ad ascoltarla, la pace fa richiesta di:

  1. tariffa puntuale sui rifiuti differenziati
  2. restauro del centro storico
  3. uso libero di palazzina Trombini (primo piano) e del castello Mediceo per associazioni e cittadini.

Possa esserci la pace.

Lo staff, ore 6:00
ilblogradar@gmail.com

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Satira o realtà?

L’XFactor di Melegnano

PUNTATA SPECIALE DEL NOTO TALENT SHOW IN DIRETTA DALLA SALA CONSILIARE DI MELEGNANO – Tranquillizzatevi. Questa sera non si esibiranno i cantanti per mettere in mostra il loro talento, ma si esibiranno i consiglieri comunali e il talento che dovranno sfoderare sarà quello per una città più vivibile, per una città a misura di pedoni, per una città proiettata verso il futuro.

Insomma dovranno mettere in mostra la loro discontinuità con il passato e il fatto strano è che i consiglieri, oltre ad essere i concorrenti, saranno anche i giudici.

Sarà un #BlackThursday?

#NoiSiamoCaino, giovedì 30 novembre 2017 ore 17:37

 

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L'inchiesta ninfetta

I funerali di Pietro Mezzi

È IL PRINCIPALE CAPO POLITICO MONDIALE che la storia ricordi. Trascinò alle urne strati sociali mai visti prima dell’ora X. Con lui, masse di militanti ignoti, di perfetti astensionisti diventarono elettori. Si parla di 8 milioni e mezzo di persone. 1 milione di delusi, deboli, insicuri, andarono a votarlo abbandonando la loro radicata preferenza per il voto riformista a sinistra. Qualcosa come 7 milioni di persone scelse lui invece degli altri — e rimosse decine di leader ottocenteschi che affogarono in pagine di cronaca sempre più piccole, sempre più piccole, sempre più piccole.

Si calcola che monopolizzò totalmente il voto giovanile (clicca qui). Paterno e austero con la sua gente, non ebbe pietà dei nemici interni ed esterni; superò in fama Napoleone, cicatrizzò nel fuoco le ferite della patria e fece per una nazione ciò che l’umanità non vedeva dai tempi di Atlantide.

BAFFI. Icona del carisma.

MAI ARRIVÒ A TANTO PIETRO MEZZI, uomo della sinistra ambientalista, solidale, pacifista e umanitaria. Di lui oggi, 18 settembre 2057, si celebrano i funerali. Ma è un rito laico, sommesso, consumato nella quiete dei Giardini del Castello Mediceo. I ghetti, invece, hanno celebrato forte sul beat di Snap! (clic per ballare con i ghetti). E qui c’era tutto dell’energia che animò l’uomo e il politico. Più volte unificatore del centrosinistra: mai concessivo di fronte all’avversario anche a costo di essere ingeneroso: sempre ispirato in assemblea: con mano sicura infinite volte condannò a uno strazio di visceri le destre neocraxotte, postfasciste, dopoliberali, abbandonandole in campi fumanti di teschi e mocassini, più volte spezzando le schiene dei centristi ogni volta pronti a planare sul comune sotto forma di democristi, di imprenditorelli del cavolo, di capitalisti di ventura: and they don’want dat: «Primo cittadino, poi assessore provinciale di Milano» proclama ispirato il sindaco Chistian Iannello, «infine consigliere metropolitano per Beppe Sala e i suoi successori: la figura, il ruolo, l’esistenza di Pietro Mezzi nella storia di questa nostra estremità milanese assumono forse — e rimarco: assumono forse — tonalità chiaroscure ma, al netto di guerre fratricide, millenari rancori, acerrime rivalità, atroci tradimenti, esecuzioni di lobbisti, esecuzioni nelle stanze segrete, amore per il potere, strangolamenti al buio e quanto di irrisolto abbia il suo lascito, il passare della sua stella ha avuto qualcosa di siderale. Lui più di tutti volle incarnare, attualizzandola, quella missione dischiusa nella visione di Cicerone, nel suo misterioso Sogno di Scipione».

«Lavoratore della fronte, del pugno, vota il soldato del fronte Hitler!»

ALLEATI E NO danno omaggio: i senatori a vita Lucrezia Monterisi e Alessandro Lambri scesi a Linate, Massimo Codari in lunga e bianca capigliatura da guru; Roberto Silvestri, angelo custode melegnanese, un libretto rosso in braccio e Rino Bellomo, ultimo della dinastia, nell’imperturbabile lampadatura di famiglia; Alessandro Lomi, vicesindaco durante la consiliatura di Lucia Rossi, ha presenziato sorretto dai nipotini e da un bastone in osso di balena — e la folla dilaga, accecata dalle lacrime: il Lambro si è tinto di verde, i pub uvavano solo per lui: tutto Mezzi ricordato senza censure, senza freni e inibizioni, la vittoria del ’94 che crocifisse gli infedeli, il governo con Penati, il caso Serravalle e la richiesta di risarcimento di 119 milioni di euro, la sentenza che lo scagionò e lo restituì come uomo pulito (clicca qui) e poi l’alleanza-rottura del 2017 tra lui e Insieme Cambiamo che finì come tutti sanno: con il suo sfiguramento, la sua consacrazione al Lato Oscuro di cesare atomico, di leader ottimo massimo, di zar di tutte le Cine:

COMMENTI?

«ERA MOLTO DOLCE, era tenero con le persone» ricordano i suoi elettori, «era uno duro e puro». «Ambiguo, imprevedibile, completamente opposto al mio modo di fare» giura più di un collega: proprio come in vita persino oggi Pietro, come lo chiamavano gli amici, è Mezzi, e spacca le opinioni nelle loro metà: impossibile non ricordare la spaccatura delle elezioni del 2017, lo strappo doloroso con il gruppo di Lucia Rossi che divise pericolosamente il caucus di centrosinistra in una metà civica e pragmatica (IC) e in una metà radicale e pratico-critica (SI) nonostante l’appassionato coronamento della coalizione: Lucia Rossi non passò il primo turno ma, per responsabilità politica, decise di firmare il Patto tra Persone Perbene — un accordo basato su punti comuni di programma — con Rodolfo Bertoli, Partito Democratico, candidato al secondo turno. Centinaia di elettori progressisti aspettavano un segnale, uno qualsiasi, da parte di Lucia per votare uniti al secondo turno e punire gli ambigui 10 anni di Vito Bellomo:
quel Patto fu il segnale.
Ma Pietro non lo seguì.
Uno spettacolo catastrofico. Attivisti che una settimana prima si baciavano, la settimana dopo si mostravano gli artigli: e l’odio, l’odio: «Non so se ti sei accorta, Lucia, ma mi hai tolto la scaletta sotto i piedi» (27 giugno 2017), «Scendere dal piedistallo? Lucia, parli della stessa persona che ti ha istruita per 5 anni?» sempre il 27; lo scisma, prima che da lei, dai democratici moderati: di qua Pietro il comunicatore, il portatore di magnifica esperienza, il politico universale che da anni schiva e annulla il proprio sacrificio di sangue. Di là, una generazione democratica ancora giovane ma dopo la quale, in Italia, finì il concetto di territorio di Mezzi:

Perché i capi carismatici «fanno anche cose buone». Qui, una delle autostrade con le quali il Führer collegò il Reich per la motorizzazione militare e civile della nazione. Un simbolo della ripresa economica nazista. Certo, se non la usavi andavi in cella; ma che vuoi, è un’altra storia.

E FINÌ IL CONCETTO di lucrare voti al PD. Le elezioni del 2015 e del 2016, compreso il voto del referendum del 4 dicembre per la riforma della costituzione, mostrarono che il più forte a Melegnano era il Partito Democratico. Non Mezzi: il PD. 3000 voti che ogni anno non toglievi dall’urna e una percentuale al 30% che non lasciava dubbi: il carisma di governo siede a sinistra, ok, incarnato in Pietro Mezzi, ok, ma la volontà di farsi governare va a sedersi al centro, accanto ai Democratici; la scelta di Rodolfo Bertoli, che l’estremista Fabio Raimondo chiamava «lo sconosciuto del PD», chiarì le idee politiche dei governati: via l’estremismo, via i fissati, via il fervore dei pasionari e il dubbio sistematico a priori, ci rappresenta un tono di voce più basso; un profilo riflessivo; un comportamento pubblico schivo, un dubbio prudente e analitico; un carattere tenace e destinato al comando, ma capace di auto-moderarsi di fronte alle responsabilità. Insomma, la Moderazione. Una specie di lingua che si rigira sette volte prima di fiammare insulti.

Per dire: un dittatore può dire di scrivere alla stampa che lui è «l’uomo più bello del pianeta».

Finì il terrore di lucrare perché il capolavoro definitivo di Pietro Mezzi era compiuto. Quale? Costruire la Morte Nera. Distrarre il pianeta della Destra sparando in cielo un satellite enorme, baffuto, più grande della luna, che influenza la marea. Come? Concentrando su di sé 10 anni di furia craxotta, 10 anni di livore anticomunista e antiradicale rappresentato dalla giunta Bellomo: metterli tutti contro di lui, tutti a prendersela con lui, brigatista plebeo, contro gli 8 anni del suo mandato da sindaco, contro i suoi baffi che andavano in puzza per tutto, contro le sue mafie e contromafie e commissioni del cazzo: anche accettando di soffrire, di perdere una volta e due volte: fino a fargli ignorare il loro vero nemico. Dario Ninfo. E il resto del PD. Il capolavoro di Pietro fu trasformare gli avversari in una minoranza assediata, in un problema imbarazzante, lui, leader anche all’opposizione. Erano quattro ragazzi del PDL, distrarli fu un gioco facilissimo — e istruttivo.

Tu ce l’hai il ritratto di Andy Warhol? Pietro Mezzi sì. Qui è visibile nel suo periodo senza baffi.

UNA SOLA È L’ANALISI POLITICA del 2017, anno cruciale. Non è il rinascimento moderato di Bertoli. Non è la lealtà della Rossi e della Caputo. Il bilancio di quell’anno è nelle scelte fatte con carattere. Chi le fa, vince. Chi cerca la vittoria, perde. E la vittoria in palio era più severa, quell’anno, di una tornata elettorale. Intendiamoci, Pietro Mezzi cercò di piazzare un vicesindaco in giunta; era un uomo di parte e come tale ragionava per i suoi elettori. Ma il sistema-Bellomo era cosa più seria, lui solo poteva acchiapparla per il pisello.

PIETRO MEZZI È COME DE ANDRÉ. Se sfrequenzi da lui lo trovi snob, impossibile, immeritevole di successo. Ma se in cuore hai una pena e se accendi le sue canzoni, allora riconosci tutto, armonia, melodia, timbro, ritmica, senti perfettamente, senti che quello è un suono che ti salva. Beveva? Urlava? Non lavorava? Schiavizzava i turnisti? E con ciò? La sua missione era scrivere canzoni per l’umanità, non era quella di fare il bravo ragazzo per te. Pietro Mezzi ti avvelena al banchetto? ti ha ucciso nel sonno, ti trascina in cella e ti tortura quando c’ha tempo? e con questo? Pietro Mezzi è un leader politico e in politica, istruiva De Gasperi, ci vuole carattere. Senza carattere non c’è carisma, senza carisma non si accende una luce al buio. Fattelo venire tu, poi vediamo. Noi stendiamo le gambe e ci gustiamo quale sarà, persino il giorno dei suoi funerali, il nuovo colpo di Pietro Mezzi.

Lo Staff, lunedì 18 settembre 2057 ore 6:30 
ilblogradar@gmail.com

 

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