Cronaca

Metà mercato vuoto dopo la denuncia dell’antimafia

PIAZZA 4 NOVEMBRE, PIAZZA MATTEOTTI – Metà bancarelle sparite. Banchi assenti e posti vuoti al mercato ortofrutticolo infrasettimanale e tra gli ambulanti dell’abbigliamento. È di queste ore la notizia di «30 banchi di mercato gestiti dalla criminalità organizzata e diversi locali di ristorazione acquistati da organizzazioni non trasparenti» (senatore Franco Mirabelli). Clic sulle foto per uno show.

tmp_23255-20170202_092645-1798197779

tmp_23255-20170202_0923172048178844

Mercato dell’abbigliamento, piazza Garibaldi. Spazi d’angolo liberi.

tmp_23255-20170202_092127565935433

Piazza Matteotti, marciapiede via Roma.

tmp_23255-20170202_0921061045841849

Il centro di piazza Giacomo Matteotti, occupato da grandi banchi d’abbigliamento, è vuoto.

tmp_23255-20170202_0920511012390197

Accesso a piazza Matteotti.

tmp_23255-20170202_092251-1667748693

Stalli vuoti su via Roma e sulla piazza.

tmp_23255-20170202_0922251036346301

Piazza Garibaldi.

tmp_23255-20170202_0921471347302055

Altra prospettiva, altri spazi vuoti.

Marco Maccari, giovedì 2 febbraio 2017 ore 16:00
mamacra@gmail.com

Annunci
Standard
Cronaca

Chiuso da sei anni e non dà lavoro: il monumento alla mafia in via Lodi voluto da Bellomo

RIONE BORGO – In via Lodi le tre saracinesche abbassate in mezzo al bar e alla parrucchiera erano della mafia. Sono al civico 39, corrispondono a un negozio. L’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla mafia le ha sottratte nel 2010 all’intestatario Molluso. Il comune di Melegnano non è riuscito ancora a ridestinarle.

DOMANDE
La legge ordina di ridestinarle a scopi sociali
; il comune ha emesso due bandi a febbraio e aprile 2016. Le leggi sono la n. 109 del 1996 (clic per leggere il testo) modificata dalla n. 159 del 2011 (qui il testo), la legge regionale 17 del 2015 e la delibera di giunta regionale n. 3597.

I bandi sono stati un flop. Il primo chiedeva all’eventuale assegnatario di pagare l’affitto, il secondo chiedeva all’assegnatario di ristrutturare per 20mila euro, autorizzandolo a chiederli direttamente alla regione Lombardia.

«Questo non è conforme alla legge» commentano l’associazione Osservatorio Mafie Sud Milano e il Presidio sud est Milano di Libera Contro le Mafie, l’associazione iniziata da Luigi Ciotti. «Per legge, un bene confiscato alla mafia non può essere sottoposto ad affitto» osservano. «Il concessionario non può chiedere direttamente i fondi alla regione. Solo il Comune, per legge».

«Il bene in via Lodi è fermo da anni, non dà lavoro a nessuno» concludono, «i bandi non obbediscono alla legge. Perché il Sindaco di Melegnano non si attiva, né vuole riceverci?».

RISPOSTE
In 3 punti
la plausibile risposta.

Credibilità
L’amministrazione comunale di Melegnano, nella persona del sindaco, considera l’Osservatorio Mafie Sud Milano un oppositore politico. Nonostante l’Osservatorio abbia collaborato con i sindaci di 16 comuni del Sud Est Milano, appartenenti ad ambedue gli schieramenti. Sia Andrea Checchi di San Donato Milanese (PD) sia Paolo Bianchi di Mediglia (Forza Italia) considerano l’Osservatorio un interlocutore privilegiato. Non il sindaco di Melegnano, l’avvocato Vito Bellomo.

Ostilità
Il sindaco di Melegnano Bellomo è ostile a Libera. Libera Contro le Mafie è un’associazione influente. È competente nelle prassi amministrative: non siede certo ai tavoli in posizione subordinata. Nel 2015 Libera inaugurò il Presidio nel sud Est Milano e invitò gli amministratori pubblici. Il sindaco Bellomo non presenziò (clic alla notizia). Quando Libera criticò sui quotidiani le carenze del secondo bando di assegnazione del bene in via Lodi, il sindaco Bellomo rispose: «Ingiustificata intromissione di Libera».

Mafiosità
Il terzo motivo coinvolge la caratteristica mafiosa. Il sindaco Bellomo nega che il bene di via Lodi appartenesse alla mafia: «Io mi arrabbio. Sono cose non vere. Tecnicamente non si può parlare di mafia in questo caso» esclamò in consiglio comunale nel giugno 2015. Clic qui per la notizia integrale e clic qui per lo scenario. Si giustificò appellandosi al fatto che l’ex proprietario Molluso è stato condannato per molteplici reati, mai per l’aggravante di associazione mafiosa; contraddicendo una confisca dell’Agenzia Nazionale, che ha iscritto l’immobile di via Lodi nel registro dei beni «sequestrati alla mafia».

Quanto deve durare? «L’immobile di via Lodi è sottoposto a deterioramento. Oggi ristrutturarlo costa 20mila euro; il costo aumenterà e ristrutturarlo sarà molto oneroso» avvertono le associazioni.

Marco Maccari, giovedì 16 giugno 2016 ore 16:46

mamacra@gmail.com

Standard
L'inchiesta cinica

E poi bisbigliò all’ingegnere: ti trascinerò all’inferno con me

Il 1° febbraio il giudice Gennaro Mastrangelo ha autorizzato Mario Mantovani, Angelo Bianchi e Giacomo Di Capua a presenziare un’udienza preliminare. Era datata 8 marzo, Milano, palazzo di giustizia.

Il 22 gennaio il sostituto procuratore Giovanni Polizzi ha chiesto l’emissione del giudizio per l’ex numero due di regione Lombardia e per gli imputati dell’indagine Entourage.

Il processo si celebra l’8 giugno con il rito abbreviato di Mantovani. Informative della Guardia di Finanza 2014 e 2015, intercettazioni telefoniche, ordinanza cautelare, interrogatori sono le fonti di prova, in tutto 12 documenti.

Comune di Arconate, senato della repubblica italiana, ministero delle infrastrutture e dei trasporti, due cooperative e due associazioni onlus, l’imprenditore edile pavese Alberto Brera, il provveditore Pietro Baratono decideranno se sedersi ai posti di persona offesa.

Ma questo non è il processo Mantovani. È il processo Bianchi.

Bianchi_RADAR_collage

L’ING. MUOVE FILI
La conoscenza delle indagini mostra un ingegnere Angelo Bianchi che attiva il potere di Mantovani. Non il contrario.
La metà delle imputazioni di reato, 7 su 13, sono rivolte all’ingegnere.
Bianchi è rimasto, per ragioni di evidenza politica e amministrativa, all’ombra delle cronache giornalistiche nazionali online e offline. Mantovani ieri, 3 maggio, ha detto al consiglio regionale della Lombardia di essere «innocente». Paradossale ma c’è del vero. Infatti.
6 giugno 2012. Bianchi e Mantovani – insieme a Di Capua segretario di Mantovani – costringono il provveditore Baratono, superiore di Bianchi, ad assumere e modificare ordini di servizio; a reintegrare Bianchi negli uffici del provveditorato come responsabile unico di procedimento per gli interventi di edilizia scolastica a seguito di convenzioni con i comuni. È Bianchi ad assumere l’iniziativa, ad attivare Mantovani per porre in essere una strategia sempre più stringente di decise pressioni contro Baratono.
Il reato in accusa è concussione, codice penale articolo 317: pubblico ufficiale abusa del suo potere per ottenere denaro o utilità. Dai 6 ai 12 anni di detenzione.
Milano, 22 gennaio 2014. Tentato delitto, Codice penale articolo 56, non meno di 12 anni di carcere: con questo reato il pubblico ministero definisce gli atti idonei e non equivoci compiuti da Bianchi, Mantovani e Di Capua per costringere Marcello Arredi, direttore generale del ministero dei trasporti, a non assumere come direttiva ministeriale il trasferimento di Bianchi in conseguenza del suo rinvio a giudizio nel tribunale di Sondrio.
Infatti l’ingegnere doveva essere rimosso dal suo posto. Nel 2008 fu arrestato su ordinanza della procura di Sondrio e chiamato a presentarsi in tribunale. L’ordine comportava rimozione. Bianchi non avrebbe più eseguito i lavori che ha fatto poi.
Bianchi contatta il segretario Di Capua Mantovani parla con Arredi, gli nega che l’ingegnere fosse stato rinviato a giudizio, gli intima di non rimuoverlo. Non riuscirà; ma sono ragioni indipendenti dal suo sforzo.
31 aprile 2013. Per il giudice è un disegno criminoso quello messo in opera in questa data dall’ingegnere Bianchi e dall’imputato Gianluca Peluffo della società 5+1AA Srl per escludere illegittimamente un ingegnere, Pietro Bonfiglio, dalle gare pubbliche numero 5400XXX e numero 5407XXX, con la motivazione artificiosa della mancanza di una domanda in allegato. Le gare sono relative alla ristrutturazione di due edifici scolastici nel comune di Arconate per le quali l’ingegnere Bonfiglio aveva presentato le offerte economiche più vantaggiose. Bianchi avrebbe chiesto a Peluffo anche un colloquio di lavoro per l’assunzione di una giovane donna, documentato da indagine. Codice penale 319, 321, 353, 81, 110. Atto contrario ai doveri d’ufficio, turbata libertà degli incanti, concorso formale, reato continuato, pena per coloro che concorrono al reato. Carcere fino a 13 anni e multa fino a 2065 euro.
Il 24 giugno 2013 l’ingegnere Bianchi turbava il procedimento per stabilire il contenuto di un bando di gara relativo all’appalto numero 49922XX del comune di Milano, per la riqualificazione della scuola primaria Noli Arquati. Modificava l’elaborato del progetto da una categoria a un’altra, senza valutazione dei progettisti né autorizzazione della sovrintendenza ai beni artistici, per condizionare le modalità di scelta del contraente. Turbata libertà degli incanti con la circostanza aggravante di essere stato il responsabile della gara, per abuso di poteri e violazione dei suoi doveri. Codice penale 353 e 61. Fino a 5 anni di carcere, multa fino a 2065 euro.

E SI DIVERTE
«Disegni criminosi» includono intrattenimenti.
Fino all’anno 2008 un disegno criminoso di Bianchi trattiene l’imprenditore pavese Alberto Brera alle proprie volontà. Consegna di denaro del 4% e 5% sul valore degli appalti. Denaro per prestazioni edilizie nelle sue proprietà. Cure dentali per sé e per i propri familiari, soggiorni a Montecarlo, giocate ai casinò, intrattenimento con numerose prostitute. Brera era costretto, titolare di numerosi appalti, a dare a Bianchi queste utilità pena il bastone tra le ruote nei suoi appalti e l’inimicizia di Bianchi come funzionario con ampi poteri. Codice penale 317 e 81. Concussione, con aggravante. Dai 6 ai 12 anni di carcere.
Milano, fino al 14 gennaio 2014. Con un disegno criminoso l’ingegnere si introduceva abusivamente nella posta elettronica privata e protetta di altra persona e prendeva visione della sua corrispondenza. Codice penale 615 ter, 616, 81, accesso abusivo a un sistema informatico o telematico commesso da pubblico ufficiale con abuso di potere, violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. Con aggravante. Fino a 7 anni di carcere.

In conclusione l’ingegnere Bianchi ha totalizzato un massimale di 61 anni di carcere.

 

ProfiloMarco Maccari, mercoledì 4 maggio 2016 ore 14:22

mamacra@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

La sicurezza di Raimondo

SONO LE 17:00 di martedì 29 dicembre 2015. Rita Capriotti, commercialista e assessore, educatamente sale in palazzo Broletto per raggiungere l’aula delle adunanze. Sta andando al lavoro. Nella stanza saluta i colleghi, saluta il sindaco e il segretario generale. Due delibere sono stese sul tavolo pronte da firmare. Sono la convenzione con il comune di Milano, contenente la richiesta di 10 vigili di supporto al mercato domenicale, e la ripartizione del denaro incassato con le multe del 2015. Hanno importi del valore di 1,9 milioni di euro la prima, di 15.652 e 15.421 euro la seconda. Riguardano la Sicurezza e la Polizia.

In questo istante Rita Capriotti si accorge che manca un collega. Non ha salutato l’ultimo assessore, l’uomo i cui incarichi sono sul tavolo quel giorno. È Fabio Raimondo. Ma è assente. L’assessore incaricato alla sicurezza pubblica e alla polizia locale non verrà a fare il suo lavoro.

RADARISTA 1: LA COMUNICAZIONE, #FONDAMENTALISMOITALICO
Melegnano lo paga 18mila e 750 euro lordi l’anno. Raimondo vive a 38 anni con un doppio incarico politico in due comuni diversi, con un terzo incarico in un distretto sociale, con un quarto incarico nel partito. A Melegnano è assessore dal 2007.
Osserviamo l’immagine di copertina. La foto, scattata nel luglio 1950, ritrae un radar doppler della NASA e due operatori del Centro di Ricerca di Langley, Virginia, il primogenito centro NASA. La copertina omaggia l’icona miniaturizzata di questo blog, ispirato al radar e nato nell’80mo anno dalla sua costruzione. Immaginiamo che ciascuno dei due operatori stia captando la storia dell’assessorato così come si percepisce fuori dai normali radar, e ne offra un rapporto. Il primo operatore sta captando il suo lavoro di comunicazione.
Responsabile della nuova Pagina Facebook del comune di Melegnano (creatura clonata da RADAR e figlia del neonato ufficio stampa comunale, sul quale è stanziato un fondo bebé di 27mila euro) Raimondo è colui che ha condiviso le fotografie dei poliziotti di Milano e Melegnano, usciti in pattuglia domenica 17. La pubblicazione di queste foto in forma di vignette da parte di RADAR ha riscosso «un successo catastrofico», generando un flame memorabile. Lettrici e lettori hanno riso tre giorni dal 19 al 21 gennaio. Le foto di RADAR sono comparse come un ibrido genuino, a metà strada tra il cartoon satirico giornalistico e lo storyboard di un cortometraggio dell’ISIS sbarcato in terra milanese. Ridisegnate a mano una per una hanno dato vita a una serie unica nella vita social cittadina. I poliziotti apparivano incappucciati come miliziani dell’ISIS e sembrava che lo Stato Islamico avesse ispezionato davvero le bancarelle di Melegnano.
Alle 72 ore di gioia hanno contribuito anche i moralisti, tirando giù ogni genere di bestemmia. Alcuni, i più onesti, si sono distinti dicendo: «Non mi piace».
Altri hanno commentato diversamente. «Non si capisce», hanno scritto. «Spiegatemele». Occultando così il fondamentale preconcetto culturale, religioso, politico o psicologico con cui hanno affrontato lo spettacolo bizzarro e geniale di RADAR. Costoro con il loro occultamento hanno cercato di nascondere un pregiudizio, quindi un loro personale difetto, dietro a un presunto difetto residente nell’opera di RADAR o nei singoli manufatti giornalistici. Lasciando intendere che il chiarimento, o una spiegazione, avrebbero potuto cambiare qualcosa del loro giudizio finale dell’opera. No. In realtà intendevano dimostrare, a chiarimento ottenuto, che anche la spiegazione li deludeva e che la deludente spiegazione rendeva banale all’origine l’intera operazione, fin dalla mente dei creatori. Tutto pur di negare il fondamentale errore nella loro mente: essersi esaltati per delle brutte foto originali. È come se una ragazza facesse una festa alla moda in un club esclusivo ma, il sabato dopo, una compagna di scuola facesse una festa all’aperto con musica rock dal vivo, band emergenti e il doppio del divertimento. La festa scatenata delle foto di RADAR, consumata dal 19 al 21, è stata un duello tra il riso e il rancore, la commozione e il rodimento, la gioia e il male di vivere e la gioia ha vinto la sua umile vittoria. Il male di vivere non ha accettato di perdere ma, con nuda invidia, ha allungato le mani sulla corona. Sì, perché, vedete: nessuna spiegazione delle vignette cambierà la vostra «comprensione». I fatti, in chi soffre di preconcetti, saranno sempre comunque secondogeniti. Attaccati alla primogenitura ci sono i vostri fondamentali pregiudizi. Che guai a toccarli. Che guai a metterli in pubblico. A tutto ciò, che è un fondamentalismo tutto italiano, non verrà offerta nessuna spiegazione. Viene regalato solo un approfondimento a vantaggio di appassionate e appassionati, a sottolineare la genialità e la brillantezza dell’opera che hanno condiviso.
RADAR ha preso visione delle foto di Raimondo. Soprattutto della foto con gli agenti in tenuta davanti alla sede della Polizia locale, via Zuavi 70. Accorgendosi, con un sorriso, di qualcosa. In apparenza regolare, il linguaggio del corpo era in realtà un po’ maschilista, un po’ centurione. Un po’ esaltato. È come quando un gruppo di donne inizia a commentare un taglio di capelli, un abito, un accessorio, un abbinamento che sembrava onesto e invece rivela particolari catastrofici. È andata come segue.
AMICA CANDIDA «Che facce. Che posers. Tutti orgogliosi della loro guerra».
AMICA MALIZIOSA «Ehi! Ma quante manone sul pacco. Pubblicità per casalinghe? E funziona…?».
AMICA CANDIDA «Ma che dici» (arrossendo).
AMICA STRONZA «Va’ i politici come si mettono in mostra. Altro che pacco. Figurati se perdevano occasione…».
AMICA MALIZIOSA «Ma questo qui magro…? È sfigato?».
AMICA STRONZA «…che falliti. Sembra una foto dell’ISIS».
Contraffare con arte le foto è stata pura illuminazione. Un’intuizione originaria. Una magia di sentirsi vivi, di scoprirsi, con i propri sensi, membri del principio di gioia universale. Perciò anche il servizio fotografico del comune (malcerto e malfatto, malcelatamente compiaciuto, con angolazioni errate o inutili) è stato riconvertito al suo principio: un’operazione mediatica inadeguata, svolta da un comune che interpreta le istituzioni come una sfilata di fanatici. Un messaggio di #fondamentalismoitalico.
Lo studio del marketing ISIS permette di individuare fotografie identiche a quella di domenica 17 con i poliziotti in posa davanti a via Zuavi 70. Per i miliziani ISIS è abitudine posare in foto davanti alle sedi istituzionali conquistate, ostentando bandiere nere dello Stato Islamico stese sulle porte, ai cancelli. Lo stesso per gli ideologi ISIS, in posa fotografica nelle moschee locali, indosso un copricapo bianco.

RADARISTA 2: LA SICUREZZA, #MAFIEPOPOLARI
Il secondo radarista capta il lavoro dell’assessore Raimondo in tema di sicurezza. Il suo report offre lo spettacolo di un background mafioso.
Il testo che segue è accessibile con chiarezza. Per accedere anche al suo livello illuminante serve inserire un codice, il codice RADAR. Eccolo: disimparate a confondere l’identità delle istituzioni repubblicane con l’identità dei partiti. Tenetele separate. I partiti sono solo uno dei molteplici modi di interpretare le istituzioni, di occuparle.
La contraffazione artistica delle foto di Raimondo sottolinea un dato di fatto. Il posizionamento di Fabio Raimondo dentro l’assessorato di Melegnano è una questione di legalità. Non corrisponde ai voti della popolazione. Discende dalla spartizione di potere che i partiti nazionali stanno eseguendo nel Sud Est Milano manu militari (espressione figurata dell’antica Roma, significa: per mano degli eserciti). Cioè con una strategia militarizzata che nulla invidia allo Stato Islamico.
In principio esistevano tre generali milanesi del Popolo della Libertà. La spartizione di potere nel Sud Est Milano nacque da loro. Il primo è Mario Mantovani, ex vicepresidente di regione Lombardia, oggi arrestato per corruzione e in attesa di rinvio a giudizio. Il secondo è Guido Podestà, ex presidente della provincia di Milano, condannato a 2 anni e 9 mesi. Il terzo è Ignazio La Russa, oggi indagato per reato di peculato. I generali nominarono ciascuno il proprio centurione per Melegnano. Erano rispettivamente Vito Bellomo, Marco Lanzani, Fabio Raimondo.
Raimondo entra a Melegnano da assessore nel 2007. Non era iscritto in alcuna lista elettorale. Non fu legittimato da nessun elettore. I documenti elettorali che lo provano erano disponibili sul sito web comunale fino al 2015, oggi sono spariti. Raimondo risiedeva e tuttora risiede a Cesano Boscone nell’Ovest Milano, dove il padre fu consigliere comunale iscritto al MSI. Nel 2007 il futuro assessore Raimondo sponsorizzò dall’esterno i colleghi candidati melegnanesi. A giugno il neosindaco Vito Bellomo gli consegnò l’assessorato. Come il sindaco spiegò cinque anni più tardi, Raimondo gli era stato «imposto a Melegnano dal partito». Fu Bellomo a legittimare con i suoi poteri di neosindaco il posizionamento a Melegnano del triumviro di La Russa.
Nel 2007 Raimondo non aveva svolto nessun incarico nelle istituzioni della repubblica. Era a bottega nello studio legale di Ignazio La Russa, avvocato. Nel 2012, terminato il primo mandato, il sindaco uscente Bellomo si ricandidò a nuove elezioni con Il Popolo della Libertà e finì in ballottaggio. In sede di trattative con le forze politiche per il ballottaggio, tutti gli chiedevano se Raimondo sarebbe ritornato a casa propria. Rispose: «Tutto, ma questo no. Non si può. Raimondo me l’hanno portato per mano da Milano».
200 elettori votarono Raimondo alle elezioni di maggio 2012. Stavolta si era candidato davvero.
Come il sindaco Vito Bellomo, l’assessore Fabio Carmine Raimondo vive la vita dal lato del privilegio. Nasce e muore figlio. Di papà politici. Ne ha due, Ignazio Benito e Romano Maria La Russa. Il nome del loro attuale partito, Fratelli d’Italia, è a loro ispirato. Oggi, da assessore comunale, Raimondo è una rifrazione degli incarichi tenuti dai due La Russa: da Ignazio La Russa come ministro berlusconiano della Difesa e delle Forze Armate, e da Romano La Russa come assessore regionale formigoniano alla Sicurezza in Lombardia. Nel 2012, da candidato, lo schema tattico elettorale di Raimondo fu quello dei La Russa, lo schema delle #mafiepopolari. Chiedere voti nelle case popolari melegnanesi a dei poveri cristi, promettendo riguardi.
Ignazio La Russa, avvocato e parlamentare, è noto ai tribunali e alle forze dell’ordine. Si scopre favorito alle elezioni 2009 grazie ai voti della ’ndrangheta. Come rappresentato dal caso di Michele Iannuzzi e Alfredo Iorio, due procacciatori di voti per La Russa. Iannuzzi e Iorio sono stati condannati al carcere per corruzione e per associazione mafiosa. L’anno prima, nel 2008, le informative della squadra mobile di Milano hanno preso nota di «un contratto siglato tra il deputato Ignazio La Russa e il capoclan di ’ndrangheta milanese Salvatore Barbaro. Scopo del contratto era dirigere i voti della comunità calabrese a vantaggio del partito del Popolo della Libertà. Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente con il massimo interessamento su tutta la comunità calabrese, garantendo i voti. In cambio, la ’ndrangheta di Barbaro avrebbe ottenuto lavoro in subappalti» (leggi D. Milosa su Il Fatto Quotidiano e un altro articolo di Milosa apparso anche sul portale destradipopolo.net).
Ignazio La Russa, patrono di Raimondo, è indagato per reato di peculato dalla procura di Roma: per sette anni dal 2004 al 2010 ha utilizzato 38mila euro, prelevando da un conto corrente aperto nel Banco di Napoli come deposito di rimborsi elettorali. È in attesa di rinvio a giudizio, cioè di convocazione al processo.
I fratelli Ignazio e Romano La Russa hanno un cognato, Gaetano Raspagliesi, in affari con la ’ndrangheta nei call center. Uno che «meno male che c’era lui» (leggi Paolo Biondani su L’Espresso 2013 e il freepress siciliano I Paternesi, pagine 9-10).
Infine Ignazio La Russa, di cui Raimondo è un centurione, nel 2009 e nel 2010 ha ricevuto 451mila euro dalla società di Salvatore Ligresti, un affarista imbottito di indagini dal 1984, protagonista del boom edilizio della Milano da Bere durante la quale era chiamato Don Salvatore. Ligresti è stato condannato per corruzione pochi giorni fa.

CONCLUSIONI
La sicurezza che l’assessore Raimondo ha portato a Melegnano è solo la sua. La sua personale sicurezza di vivere passando per la porta del privilegio. Melegnano è priva di controllo, con furti in aumento, venditori irregolari, trafficanti di contraffazione. Raimondo condivide lo stesso destino di Vito Bellomo: è un contenitore da maxi-incarico pubblico e da multi-stipendio a spese dei cittadini. Al di là di ogni tratto caratteriale non è un caso se una storia popolare su Raimondo e Bellomo, elaborata nei centri dell’aperitivo melegnanese, li disegna così: «Due gay. Anzi, la coppia gay della politica locale, i cui due matrimoni etero sono di copertura».

Lo Staff, lunedì 25 gennaio 2016 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

Standard
L'inchiesta satirica

Il processo a Bellomo

LA SERA DEL 29 OTTOBRE il sindaco Vito Bellomo era in riunione con i suoi colleghi. Sedeva come sua abitudine adocchiando lo smartphone, facendosi i suoi cazzi sul display con l’unghia del dito medio. I colleghi di maggioranza e di minoranza gli chiedevano di mettere sotto inchiesta il periodo 2011-2012, lui rispose: «Non lo so». Testuali parole. «La proposta non l’ho letta, ero a un corso per avvocati… Comunque non abbiamo nulla da nascondere, ma questo è un campo minato, bisogna usare bene le parole. Essere processati, non ci va».

Perché mai «no»? È così bello. Essere processati è un piacere raffinato e solo un finto moralista rifiuta sublimi piaceri. Ecco allora il processo.

PRIMA SCIMMIA: LA STAMPA, #CARTADANNATA
Con una certezza: non è la faccia di un politico locale (per quanto impacciato, incompetente e inconcludente) a venire messa a processo. È la faccia dei suoi elettori. Quando è impacciato, incompetente e inconcludente, il politico è sempre un prestanome e un prestavolto di poteri più forti di lui: i finanziatori della sua campagna elettorale, i suoi grandi elettori sparsi negli istituti e nelle organizzazioni professionali, imprenditori e dipendenti di piccole e medie imprese locali, i singoli ingenui che lo vanno a votare con candore perfetto. 
Osserviamo l’immagine di copertina. Tre scimmie. Bocca, orecchie e occhi tappati, e un bulletto incocainato e impaccato di banconote. L’immagine richiama la copertina di RADAR su Facebook e sull’inserto di 7giorni. Stavolta però le scimmie rappresentano i maggiori capi di imputazione di Bellomo. La prima scimmia con la bocca chiusa è l’informazione. Serve a istruire la prima parte del processo.
È in corso una fuga di autori dal periodico locale Il Melegnanese. Due autori hanno bussato alla porta di RADAR dichiarando i metodi che l’informazione locale applica con gli articolisti. «Ho visto i miei articoli tagliati, censurati, se non addirittura stravolti nel loro significato dal Melegnanese» hanno dichiarato (settembre 2015). «Quando arriva una riga che critica il sindaco, le autorità o le personalità, il giornale cerca di tagliare o di non pubblicare» (dicembre 2015). Come dire che, tra criticare politici craxotti dall’importanza assolutamente trascurabile e rinunciare a un contributo giornalistico di valore, Il Melegnanese sceglie di rinunciare al contributo di valore.
C’entra con il processo perché il piccolo elettore di Bellomo ha bisogno di leggere sui giornali la lode quotidiana dell’Amministrazione (visto che non riesce a trovare motivi per farla da solo: ha votato ingenuamente). Inoltre Melegnano ha caratteristiche che tagliano gli abitanti fuori da qualsiasi servizio di informazione. Eccole:
1. non esistono giornali melegnanesi. I vostri padri vi hanno dato Il Cittadino. Ma Il Cittadino è di Lodi, figli. È dedicato all’opinione pubblica lodigiana. Cercò di migliorare negli anni Novanta/Duemila distribuendo anche nel Sud Est Milano, che ai tempi era un settore occupato da nessuno. Ma dedica a un centro come Melegnano lo spazio di una pagina o meno. Contando il fatto che una notizia, per venire stampata sullo spazio di Melegnano, deve avere un’importanza e una eco tale da giustificare la sua diffusione su un giornale distribuito in un capoluogo come Lodi e in altre città del Sud Est Milano. Per forza trovano evidenza solo notizie provenienti dalle giunte comunali o dalle grandi istituzioni. Infine Il Cittadino è un giornale ecclesiastico, quindi monarchico e teocratico: non critica il lavoro degli amministratori di una repubblica, né delle sue istituzioni, né delle molestie dei sacerdoti pedofili. Critica i baci tra maschi e il sesso tra femmine.
2. L’unico giornale stampato a Melegnano costa 2 euro e non vende articoli interessanti. Ha scarse prestazioni e prezzi altissimi.
L’informazione serve a farsi #idee. La legge italiana è fondata sul diritto dei cittadini a informarsi e sul dovere/diritto di informare. È un dovere/diritto che spetta anche ai Comuni (legge 150/2000, «Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni», clic al testo). Nell’ottica di RADAR, dalla legge emerge questo principio: un Comune ha il dovere di essere la prima fonte di informazione di una città. Non la second’ultima. Bellomo in 9 anni ha dimostrato agli elettori di non avere i muscoli né il cervello per introdurre qualcosa nell’informazione. Ha solo permesso all’assessore Fabio Raimondo di fare la recente Pagina Facebook del Comune che offre doppioni inutili del Bollettino La Voce del Comune: non serve a farsi un’idea del presente, serve a trasmettere certe operazioni svolte dalla Giunta comunale.
Dal presidente Berlusconi, Bellomo non ha imparato nulla.

SECONDA SCIMMIA: IL #MALCOMUNE
La seconda scimmia non sente nulla. È il Comune.
La priorità politica di Bellomo qual è stata? La vita della città? No. È stata favorire la costruzione della deludente TEEM, Tangenziale Est Esterna Milanese. «È una mia battaglia» disse alla comunità nel 2011 parlando della strada Cerca-Binasca, costruzione connessa alla Tangenziale Est Esterna. «Io voglio valutare bene, non possiamo né avere pregiudizi né fare discorsi assurdi» ha dichiarato a proposito della nuova Tangenziale Ovest Esterna (novembre 2015). Melegnano decadeva e il Benini era a pezzi, il ponte sul Giardino provocava cause contro il Comune ma l’Amministrazione Bellomo ha usato 3774 voti per fare il prestavolto del Gruppo Gavio.
Il Gruppo Gavio è la seconda società industriale in Italia nel settore autostradale. Con Banca Intesa San Paolo controlla la Tangenziale Est Esterna che da Melegnano va ad Agrate Brianza. Sono 32 kilometri. Vale 2 miliardi. Ha fatto record di sollevamento pesi con 1400 tonnellate a 36 metri di altezza. Ma è un fallimento per gli automobilisti (clic all’articolo su Il Sole24Ore). Infatti non ha veri collegamenti con Milano. Sta svendendo il prezzo dei pedaggi, è la seconda volta (clic alla notizia su Corriere.it). Così, mentre Bellomo bucava il Patto di Stabilità violando una Legge dello Stato e una Legge europea, i costruttori di TEEM individuavano in lui il sindaco giusto: adeguato alla pubblicità, ma adeguatamente incapace di prevedere un fallimento autostradale. 
Inseguendo i sogni di grandezza dell’idolo #carcerario Mantovani l’Amministrazione Bellomo divide la destra invece di unirla. Come è successo all’ex assessore Marco Lanzani, dimesso nel 2013. Da allora medita di tornare in politica «con una lista civica». Eppure Marco Lanzani, colui che non impedì di violare la Legge di Stabilità, oggi è presente agli incontri informali che il Sindaco Bellomo tiene nella Macelleria di Giovanni Ghianda, vicepresidente dell’Associazione Commercianti. Amici?

TERZA SCIMMIA: IL #MERCATONERO
La terza scimmia, quella dagli occhi chiusi, consiste nelle occupazioni abusive del mercato da parte dei possessori di bancarelle irregolari. Sono Italiani. Hanno la pelle bianca. E sono abusivi. Uno staziona sulla curva di via Marconi/via Roma. Uno è in piazza davanti a S. Rocco.
Consiste nell’occupazione del tradizionale Mercato di Melegnano da parte della Mafia e della ’Ndrangheta. Dopo il bombardamento di Melegnano nel 2014/2015 (quando negozi, automobili e magazzini furono fatti esplodere) tanti si sono chiesti dove fosse questa Mafia che agiva in modi «mai avvenuti prima» (Il Giorno, 5 settembre 2014).
Era sotto gli occhi di tutti. La Mafia era il Mercato. Il Mercato bisettimanale è la meta prelibata del crimine organizzato, per numero di consumatori e per vastità di clientela. I vestiti #contraffatti, le borse false e gli occhiali taroccati sono un affare «gestito dalla criminalità organizzata transnazionale» (Ministero dello Sviluppo Economico, relazione 2012). La Lombardia è la regione numero uno per valore economico delle merci sequestrate (514 milioni di euro). Scrive il Ministero: è un business radicato «con un sistema industriale e commerciale», «con i suoi centri di produzione e di trasformazione, canali di vendita, reti distributive e consumatori», cioè con fabbriche in Italia e punti vendita italiani dove i prodotti della mafia sono disegnati, confezionati, smistati, venduti e comprati; ruba all’economia un fatturato di «6 miliardi e 900 milioni di euro e 110mila posti di lavoro», sottrae allo Stato «un gettito aggiuntivo di 1 miliardo e 700 milioni» e «non ha conosciuto crisi». L’Amministrazione Bellomo ha dichiarato di avere portato i problemi dell’abusivismo e della contraffazione del Mercato di Melegnano dinanzi al Prefetto di Milano, di avere ottenuto 2 nuovi poliziotti e 10 turni di mercato blindato. È andata davvero così?
La Prefettura di Milano dichiara fatti diversi. Attraverso un funzionario della prefettura RADAR è venuto a sapere che il vertice con il Prefetto, la Polizia del Comune di Milano, la Guardia di Finanza, il Corpo dei Carabinieri e il Comune di Melegnano nelle persone del Sindaco e dell’Assessore alla Sicurezza «è stato richiesto su istanza di ambulanti e negozianti della città» di Melegnano. Non per iniziativa dell’Amministrazione. Il funzionario dichiara che Sindaco e Assessore sono stati criticati da tutti i presenti.
Questi sono solo i casi clamorosi. Quali casi hanno conosciuto i lettori di questa inchiesta? Scrivete.

Lo Staff, mercoledì 13 gennaio 2016 ore 07:30

radarmelegano@gmail.com

Standard
Il nostro servizio

Incarico Bianchi, tutte le leggi violate dall’Amministrazione Bellomo

@the3WMCI SONO PERSONE a Melegnano che non sanno quanto dovranno aspettare per ottenere un giusto aumento di stipendio. Come Antonietta, 28 anni, residente in via Veneto e lavoratrice da quando ne aveva 18: in ufficio fa il lavoro di tre persone ma finora ha visto solo un premio da 900 euro in busta paga, una tantum.

Se invece Antonietta si chiamasse Angelo Bianchi si sceglierebbe da sola il suo aumento di stipendio. Bianchi lo ha fatto. Nel 2011, quando l’Amministrazione Bellomo doveva ristrutturare il cimitero, ha dato incarico a Bianchi di scrivere il progetto di finanziamento.
L’ingegnere Bianchi che ha fatto? Ha calcolato le ristrutturazioni sulla base dei prezzi di costruzione? No. Le ha calcolate «sulla base del prezzo di vendita». Che è «due volte e mezzo superiore al prezzo di costruzione».
Quando Bianchi ha comunicato quanto dovevano pagarlo per il suo lavoro, i conti li ha fatti calcolandoli sulla base dei costi di ristrutturazione. Che aveva stabilito con il famoso «prezzo di vendita». Più del doppio del normale.

VIOLAZIONE DI DUE DECRETI LEGISLATIVI
L’Amministrazione Bellomo ha commesso anche altro, alla faccia di Antonietta.
Primo. Antonietta se vuole svolgere lavori pubblici deve seguire la procedura degli appalti, superando un concorso. Angelo Bianchi no. Antonietta riceve uno stipendio sotto limiti definiti, ma per Bianchi nel 2012 è stato previsto uno stipendio superiore ai limiti di legge. Spiegazione. L’incarico al cimitero gli fu rinnovato nel 2012 in forma diretta: Bianchi doveva svolgere «attività di project financing relative alla gestione, ristrutturazione ed ampliamento del civico cimitero per un compenso di 60mila euro». Invece la legge dice che, davanti a un compenso superiore ai 40mila euro, l’incarico non può essere assegnato in forma diretta ma deve essere assegnato con un procedimento di gara pubblica (v. Decreto Legislativo 163/2006 detto Codice degli Appalti, articolo 125, comma 11).
Secondo. L’Amministrazione Bellomo ha approvato con una delibera il progetto «di ristrutturazione e ampliamento» predisposto da Bianchi, ma ha omesso un documento richiesto per legge: il «parere di regolarità contabile», che può mancare solo motivatamente (v. D.L. 267/2000 detto Testo unico delle leggi sugli enti locali, articolo 49). Inoltre il Programma Triennale 2011-2013 delle Opere Pubbliche del Comune (documento ufficiale obbligatorio per pianificare i lavori pubblici, richiesto dall’articolo 128 del Codice degli Appalti) non prevedeva il progetto di Bianchi. Prevedeva invece qualcosa di diverso: «Interventi di ristrutturazione del cimitero e riqualificazione del centro sportivo». Il Segretario Generale ha confermato questa violazione.
Terzo. La legge non permette ad Antonietta di scrivere un progetto per il cimitero e, contemporaneamente, di fare parte della commissione che giudicherà la gara d’appalto del cimitero stesso (v. D.L. 163/2006 detto Codice degli Appalti, art. 84 comma 4). Ad Angelo Bianchi invece è stato permesso. Bianchi, oltre che l’esecutore del progetto di finanziamento, è stato anche «uno dei membri della commissione giudicatrice tecnica della gara». È una delle caratteristiche dell’Amministrazione Bellomo: essere tra i controllati e anche tra i controllori. È un’ambiguità tenuta dal sindaco Vito Bellomo nel consiglio d’amministrazione della Casa di Riposo Castellini, in cui svolge il ruolo di vicepresidente.

ALTRE VIOLAZIONI
L’Amministrazione Bellomo ha commesso altre violazioni. Antonietta non è mai stata assunta senza avere ufficialmente inviato un curriculum, tracciabile e depositato; il curriculum di Angelo Bianchi invece «non è mai stato protocollato in Comune», «nessun documento sul cimitero si richiama o si collega a esso». Era necessario possedere «una polizza assicurativa a copertura dei rischi professionali» di Angelo Bianchi: ma la polizza «non è negli atti dell’incarico», «non risulta che sia stata richiesta».

PIÜTOST CHE NIENT
Tutto questo è scritto nella «Relazione sull’esecuzione e sulla correttezza dei lavori di Angelo Bianchi nel cimitero comunale». La Relazione l’ha scritta la commissione speciale d’inchiesta formata lo scorso 29 ottobre dal consiglio comunale. La Relazione rispecchia le conclusioni delle forze politiche di minoranza che l’hanno pubblicata anche su Internet e su Facebook alla vista di chiunque. Invece le forze di maggioranza hanno criticato ferocemente il testo della Relazione e vogliono che sia riscritto.
Dal punto di vista di RADAR questa Relazione doveva essere pubblicata così com’è. Anche se è una Relazione che, sulla bilancia, pende sul piatto degli avversari di questa Amministrazione. Sì: era importante che le numerose violazioni e ambiguità della collaborazione tra Comune di Melegnano e Angelo Bianchi (tre volte indagato, due volte arrestato, una volta rinviato a giudizio e una volta passato in prescrizione) divenissero note a tutti prima che il partito al governo della città, Forza Italia, intervenisse per limare certi aspetti scomodi e illegali, con la connivenza del partito Fratelli d’Italia.
Infatti in Italia le Commissioni d’Inchiesta hanno sempre finito per annacquare i fatti e per annebbiare la realtà. Quindi meglio avere letto le critiche della Commissione quando erano ancora crude, che non averle potute leggere mai. Che cosa ne pensate? Utilizzate gli spazi dei commenti e scrivete il vostro pensiero su questa Relazione.

ALLA MAGISTRATURA
Il contenuto della Relazione dovrà essere indirizzato, secondo le indicazioni degli autori, alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, all’Agenzia Nazionale Anticorruzione, alla Prefettura di Milano e alla Corte dei Conti.

Lo Staff, lunedì 11 gennaio 2016 ore 7:30

radarmelegnano@gmail.com

Standard
Il caso

Angelo Bianchi e la moschea: la verità di Massimo Sabbatini, ex presidente Castellini

14dic15-RADAR-collage«Ho incontrato il sindaco in merito all’opportunità di affittare un capannone all’Associazione mussulmana Al Baraka. Gli incontri riservati erano finalizzati a capire, da parte mia, quale sarebbe stato l’atteggiamento dell’amministrazione comunale nei riguardi di un luogo associativo e di preghiera mussulmano. Prima di incontrare il sindaco avevo incontrato in prefettura un rappresentante della polizia che mi disse che la forza pubblica preferiva conoscere chi fossero queste persone e quante fossero per meglio verificare i loro comportamenti, perciò erano, in linea di massima, favorevoli all’ufficialità dell’ubicazione dei luoghi di aggregazione.

Agli incontri col sindaco era anche presente l’assessore Raimondo. In entrambi i casi il sindaco mi assicurò che non c’era alcun pregiudizio da parte del Comune, che avrebbe visto di buon occhio la costituzione di un luogo di aggregazione e preghiera ponendo l’unica, ovvia, condizione che fossero rispettate le leggi e i regolamenti. Mi disse anche che ben volentieri avrebbe incontrato i rappresentanti dell’Associazione per confermare questo atteggiamento; gli feci presente, per dare più peso alle sue parole, che, qualora mi fossi impegnato con l’Associazione, non mi sarei più potuto ritirare perché non è mia abitudine mancare agli impegni presi.

Quanto al Bianchi, che non avevo mai conosciuto prima e di cui non sapevo nulla, ebbi il suo nome da un amico: mi serviva un professionista perché dovevo ricostruire un capannone che era stato distrutto da un incendio. Avevo avuto danni enormi e volevo ricostruire in fretta. Mi fu detto che Bianchi si muoveva come un pesce nell’acqua nei palazzi comunali e che aveva ottime relazioni con tutti e perciò era la persona adatta per redigere una pratica edilizia confezionata come i tecnici si aspettavano, e forse costava poco. Erano i primi mesi del 2011. Certamente ho sbagliato a seguire il consiglio che mi suggeriva Bianchi come tecnico esperto e ben noto a Melegnano ma la pratica edilizia che mi riguarda è perfetta. Adesso, con il senno di poi, è facile dire che fu un errore, ma i comportamenti di Bianchi, per quanto mi riguarda, sono stati sempre corretti e rispettosi delle norme. Questa è la verità e chiunque dica qualcosa di diverso, chiunque sia, o non è informato o mente.

Non so perché l’Amministrazione comunale abbia cambiato idea riguardo all’autorizzazione, per giustificarsi ha dovuto ricorrere all’alibi fornito dall’ASL riguardo alle analisi del terreno».

Massimo Sabbatini

Lo Staff, lunedì 14 dicembre 2015 ore 6:00

radarmelegnano@gmail.com

Standard