Comunità Virtuale & Comunità Tribale

«Sei donna, sei carina, non ti ci mando». Anche tu sei soffocato dal politicamente corretto?

ESISTE, IN OGNI discussione social — inerente a temi di genere, di orientamento sessuale o concernenti discriminazioni etniche — un nutrito gruppo di commentatori-bestemmiatori che sbattono i pugni sullo schermo urlando: «Siamo soffocati dal politicamente corretto».

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Maurizio Sarri, allenatore del Napoli, già celebre per aver interpretato rispettabili personaggi sul piccolo e grande schermo. Indovinate chi ha interpretato a destra.

C’è gente che il troppo rispetto la fa soffocare. Negli ultimi due giorni sono nate e cresciute polemiche riguardo un’acefala risposta dell’allenatore del Napoli, Maurizio Sarri, a una giornalista sportiva: «Sei una donna e sei carina. Non ti mando a fare in culo solo per questi due motivi»; e per un’operazione pubblicitaria di Moby e Tirrenia (compagnie di trasporto marittimo del Gruppo Onorato Armatori) sulla Gazzetta dello Sport che recita: «Il nostro personale? È tutto italiano!».

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Attenzione: dai tratti somatici sembra una ragazza extracomunitaria. In realtà è, come svelato dal Gruppo Onorato, una ragazza italiana. Come pubblicità, insomma, gioca con uno stereotipo razzista. E non è la prima volta per il Gruppo Onorato (leggi qui).

UNA CLASSIFICAZIONE DEI COMMENTATORI

Saltellando fra un gruppo Facebook e un altro di impavidi commentatori-bestemmiatori nasce dentro di te la consapevolezza di trovarti veramente davanti a casi di soffocamento da politicamente corretto. Ecco una classificazione pseudo-scientifica dei casi in base ai commenti:

  1. «Ommiodiohhh, ha detto a una donna che è una donnaaa, poliziaaaaaaa» (utente G. G., 13 marzo 2018). Tipico caso di isteria che affligge numerosi commentatori maschi online;
  2. «Ommioddio, ha detto a una donna che non riserverà lo stesso trattamento che avrebbe riservato a un uomo in quanto donna, poliziaaaaaa» (utente G. G.). Un altro attacco di quella che sembra una malattia psichica sempre più seria. — Notare come, in un sottile gioco dialettico, il commentatore riesca a rispondere a qualsiasi critica copiando e incollando lo stesso messaggio;
  3. «Quindi, in nome del no al sessismo, possiamo tirare le pizze in faccia alle ragazze come faremmo coi ragazzi?» (utente D. P.). Per un momento ti chiedi perché non ti abbiano mai lanciato una marinara durante una discussione. Poi comprendi cosa intendesse quest’ultimo fine intellettuale; ti rendi conto di quanto sia complesso spiegare e capire che «tirare una pizza» consiste in un’aggressione fisica violenta punibile per legge, azione che va oltre a qualsiasi dinamica di sesso;
  4. «Ah, invece, se ce la mandava, partiva il femininininimibinibicidio. Ma vaffanculo» (A. T.). «Analisi lucida, razionale, bravo« (risposta di M. P.). «Ah, perché quando fai la cacca prima misuri l’asse?» (A. T.). In pratica, questo tipo di commentatore dice: mi dimostro meno sessista di Sarri e vi ci mando tutti, gay, ciccioni, donne, negri, bambini, vecchi, come ricordava un noto politico prestato alla comicità: «VAFFANCULO».
  5. Per concludere: «Una volta le donne lottavano per parità e diritti, oggi lottano per essere mandate affanculo» (D. B.).

La pizza di Cracco. Per unire in un colpo solo le vere polemiche della settimana. 

COME INTIMIDIRE UNA GIORNALISTA

La parte del tuo animo che ha a cuore questo paese vorrebbe fermarsi a spiegare ai commentatori-bestemmiatori perché il caso di Sarri sia un lampante caso di retrogrado, imbecille sessismo; ma il tuo io razionale si rende conto che la logica è una pratica che poco si abbina alle possibilità di chi ha appena imparato ad aprire le noci a colpi di cranio.
L’affermazione dell’allenatore del Napoli è discriminazione senza dubbio. Perché, dopo attimi di interminabile silenzio, il tizio ha finito per rimarcare alla giornalista un fatto solo: ricordati che sei una donna. Lui, maschio, davanti ai microfoni. Lei, che deve stare al suo posto senza domande scomode — tecnicamente era una domanda contropelo — a un perdente. Infatti Sarri si è reso conto. Quanti altri sottintesi nel testo dell’allenatore? Quest’altro: ha sempre vigore, nei confronti dei giornalisti, l’uso dell’intimidazione: dall’intimidazione mediante denuncia all’intimidazione mediante allusione sessuale. Quanti ancora?

Amnesty International ha creato una campagna di informazione e di sensibilizzazione: fare giornalismo non è un crimine. Né una colpa sociale. C’è poco da ridere.

SOPRAVVIVERE SOTTO DITTATURA

C’è qualcosa che va oltre il non saper comprendere come si sta al mondo ed è la sensazione di essere, di sentirsi, dei poveri minoritari — avete letto bene questa volta, minoritari, non minorati — e di sentirsi discriminati. A questi commentatori, che si sentono in minoranza e discriminati, pare evidente che sia in atto una sorta di censura galante, che vuole appiattire la loro libertà d’espressione. Sentono di vivere in dittatura. La dittatura del politicamente corretto.
Vero. Viviamo in una dittatura del politicamente corretto. Una correttezza che corrisponde all’incapacità della nostra società di iniziare a raccontare la realtà delle cose, cioè le cose come stanno. Se ti lamenti di non poterti esprimere al 100% dichiari, in realtà, di non saperti esprimere. Mostri solo la tua fragilità di fronte a un mondo che, dici, «non ti accetta»; che invece hai ancora da accettare tu. «Ma io voglio poter fischiare alle ragazze che c’hanno un bel culo!», piagnucoli. In realtà hai paura, se fischi alle tue care culone, di essere giudicato per ciò che dimostri di essere: un maschilista; nel tuo universo mentale è in vigore un soffocante regime politicamente corretto, che vuole criticarti a torto, facendoti notare le tue porcate. Almeno: nella vita di tutti i giorni, se fischi a un bel culo, non sei fico. Sei uno che viene da un passato preistorico. E ti prendi un po’ troppe libertà.
Gridare sul giornale: «Da noi lavorano solo gli italiani» è apoteosi del politicamente corretto, che non può essere criticato, sputato né deriso come meriterebbe. Per fortuna ogni giorno la realtà torna prepotentemente a dirti che chi scrive una frase idiota e razzista è il figlio di una minoranza di passatisti, che urlano con una scodella di pasta ficcata in testa.
Smettiamola perdio di sentirci discriminati dal politicamente corretto di chi vuole prendersi delle libertà che nella vita non esistono; di chi è schiavo di un linguaggio vecchio, discriminante, che puzza di morto; abbracciamo invece la realtà di un futuro che ci vuole tutti più sereni, più liberi, più tranquilli di mandare a fanculo bambini e donne, disabili e vecchi.
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Davide Polimeni, Marco Maccari, ore 14:45
ilblogradar@gmail.com
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Cuore del Borgo

A Caccia del Drago: il servizio di RADAR che apre una serie di post sul rione Borgo, le sue feste, il suo spirito 

MELEGNANO, RIONE BORGO – Traversato il ponte, comincia via Dezza con l’esposizione di creazioni a mano, oggettistica e artigianato (più di 12 stand), alimentari (una decina), sport, benessere, motocicli. Ecco la Croce Bianca. Sotto un gazebo speciale i bambini potevano truccarsi. Il signor Lorenzetti espone un’uniforme dell’esercito francese del 1795, campagna di Napoleone in Italia, ricostruita su stoffa e tessuto odierni. La signora Trotta ha le sue ultime creazioni sul banco, collane decorate in rame, pitture in Ebru. Ma agli espositori, radunati in Dezza da tutta Melegnano, non sembra una giornata di affari: «Movimento tanto, acquisti pochissimi» senti dire sotto i gazebo. Il risparmio, la nuova tendenza del mercato italiano, fa accelerare l’andatura di chi arriva, butta un’occhiata e, se non trova l’elemento funzionale, va via prima che arrivi il desiderio stesso di fare acquisti.

È davvero tra questi stand il cuore del Borgo? Del rione più tradizionale e più identitario della città? Te ne accorgi quando arrivi in via San Martino. Lì comincia il cuore del Borgo. «Ricordo quando non c’era nulla in via Pasolini, e per la festa del Borgo ci venivano le giostre – ricorda Ruggero Pavesi, che presiede l’associazione Rivivere il Borgo. – Lo spirito del Borgo? Eccolo» e indica la Curt de San Giorg, al civico 53, dove si affetta il pane e si gusta cibo locale durante l’unica pausa tra le manifestazioni; dove un incontro casuale può diventare un invito a fermarsi a pranzo.

«Lo spirito del Borgo è la familiarità» apprendi presso l’esposizione di Fabrizio e Stefano Lana, artisti nelle discipline figurative e musicali. I loro lavori – disegni in chiaroscuro, acquerelli, sculture, vasi ceramiche, armature d’epoca in metallo, miniature militari – sono esposti in tutta la loro complessità di suggestioni e riformulazioni classiche, narrative, storiche, mitologiche (in evidenza un disegno di Fabrizio Lana). La ricchezza dei progetti che nasce qui nel rione influenza vita e relazioni, e ne fa uno dei luoghi più creativi della città. Una Melegnano dentro Melegnano, che ogni anno intende celebrare in processione la sua dichiarazione nei confronti del futuro: siamo noi Melegnano. E voi, che partecipate guardando e ascoltando, voi non siete silenziosi: anche voi siete questo, anche voi state facendo questo; state facendo Melegnano.

Marco Maccari, domenica 27 settembre 2015 ore 20:02

mamacra@gmail.com

@mamacra

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