L'inchiesta

ISIS: perché se la prende con noi e chi lo paga per farlo

Provate a pensare di comprare armi automatiche ed M16A4 americani, proiettili al cloro, artiglieria corazzata, carri T-54, missili SCUD, 52 unità di artiglieria pesante da 500mila dollari al pezzo. Pensate a creare e gestire una rete terroristica, dotata di smartphone con l’app terrorista Nashar e terminali con connessione internet, per un attentato in una capitale europea. Pensate a stipendiare le milizie con 100 dollari a testa al giorno, più benefit come: anfetamine, metanfetamine, telefoni Samsung, pastiglie di Viagra per gli stupri militari, carte di credito per i meritevoli. Vi servirà un piano. Vi servirà denaro e accesso alle banche. Perché l’IS, lo Stato Islamico, può permettersi di prendersela con gli europei? Come sostiene le spese militari? Le risposte, però, non si trovano dove sembra.

L’APOCALISSE
Si dice che la causa dei 127 morti e 350 feriti di Parigi siano i bombardamenti del governo francese in Siria, iniziati il 19 settembre 2014 alle 9:40, ora francese, «su richiesta delle autorità irachene» (leggi la notizia ANSA). Ma gli attentati parigini, messi a segno nel cuore civile e politico dell’Europa, hanno in realtà un’origine nascosta.
Esiste un obiettivo radicale all’interno dello Stato Islamico. Prima di tutto, è la purificazione dell’Islam da chi è condannato mediante takfir, cioè con una condanna di apostasia dalla fede. Per l’IS tutti coloro che, pur professando l’Islam, non seguono integralmente il Corano e la vita del Profeta, sono considerati in takfir e sono rei di morte. Le uccisioni dell’IS riguardano in maggior parte quegli stessi musulmani considerati come credenti non autentici. Il takfirismo è una vera e propria corrente dottrinaria dell’integralismo islamico.
Secondo, e riguarda l’Europa, è la realizzazione dell’Apocalisse. Per i credenti guidati da Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dell’IS, la Fine di questo Mondo è prossima. Sarà consumata in una guerra tra potenze terrene: la prima battaglia avverrà nella città siriana di Dabiq, con la sconfitta di «Roma» e con la vittoria delle armate dei fedeli, guidate da un messia, il «Mahdi», che le porterà fino a Istanbul. Un anti-messia, il «Dajjal», proveniente dall’Iran orientale, farà strage di fedeli ma il Profeta Issa, cioè Gesù – secondo solo a Mohammad – prenderà il sopravvento e spazzerà via il Dajjal. Il segno culminante della Fine del Mondo sarà l’esistenza di 12 califfati legittimi, dei quali l’IS è l’ottavo.
Le motivazioni dello Stato Islamico e del suo sanguinoso jihad (in arabo: «sforzo spirituale perseverante», una parola che nell’Islam non è lecito utilizzare per uccidere i musulmani né i non-islamici) sono quindi interne. Si può ritenere che l’IS compirà ogni sforzo per provocare, per istigare l’aggressione militare da parte degli eserciti di «Roma», cioè dell’Occidente in armi. Le motivazioni ideologiche di questa guerra sono sostenute da adeguata capacità di finanziamento monetario.

COME L’IS FINANZIA LA SUA ATTIVITÀ
Non è ufficialmente noto il circuito né la fonte di finanziamento dello Stato Islamico. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America definisce l’IS «una delle organizzazioni terroristiche meglio finanziate». Rapimenti, detenzione di pozzi petroliferi, colpi alle banche centrali e vendita di donne schiave per il sesso (leggi l’informativa del Dipartimento di Ricerca e di Fatwa dello Stato Islamico, e il tristemente famoso articolo del New York Times sulla teologia dello stupro) sono le maggiori tesi internazionali.
Ma è grande l’attenzione per l’impiego che l’IS fa dei social network. Il Dipartimento USA ha detto: «Ci preoccupa il loro uso dei social media utilizzati per chiedere soldi alle persone», mediante tecniche aggiornate di raccolta fondi tramite social media management (in inglese: gestione di un social media).
In particolare c’è Twitter. Nel marzo 2015, una ricerca di Brookings Institution sui Rapporti tra USA e Mondo Islamico (intitolata «Il Censimento dell’ISIS su Twitter») ha rintracciato numeri e provenienza geografica dei profili Twitter usati dai sostenitori dell’IS, grazie al lavoro degli analisti J. M. Berger e J. Morgan. «Molte domande fondamentali sull’uso di Twitter da parte dell’ISIS erano rimaste senza risposta – scrivono. – Abbiamo analizzato 20mila utenti Twitter legati all’IS. La nostra stima è che, tra Settembre a Dicembre 2014, su Twitter esistessero almeno 46mila sostenitori dell’IS, fino a un massimo di 90mila. Un profilo possedeva mediamente 1004 followers; numero considerevolmente al di sopra della media per un utente di Twitter. Un profilo produceva in media 2219 tweet. A livello di smartphone e telefonia cellulare, usavano al 69% un sistema Android, al 30% un iPhone, all’1% il BlackBerry. Circa tre quarti dei profili usavano la lingua araba (73%), circa uno su 10 usava l’inglese (18%). Il 6% usava il francese».
Tra i Paesi nei quali si trovavano i detentori di questi profili spunta in maggioranza l’Arabia Saudita. Le informazioni di profilo dichiaravano che gli utenti si trovavano in Arabia Saudita (866 profili), in Siria (507), in Iraq (453), negli USA (404), in Egitto (326), in Kuwait (300), in Turchia (203); seguivano Palestina, Libano, Regno Unito, Tunisia.
Significa che il governo dell’Arabia Saudita, o del Kuwait, è complice dell’IS? In realtà, in comune hanno formalmente solo l’orientamento religioso sunnita. Il governo dell’Arabia Saudita è un formale oppositore dell’IS fin dai primi bombardamenti del 2014. Il califfo dell’IS al-Baghdadi ha parlato della dinastia Saud – i reggenti dell’Arabia Saudita – così: «Sono un popolo di lussuria e stravaganza, di intossicazione, prostituzione, balletti, festini. Non un popolo di guerra». In Arabia Saudita, L’IS ha commissionato due attentati kamikaze contro moschee sciite. A settembre 2015, il Kuwait ha condannato a morte 7 persone (più altre 5 in contumacia) per avere dato supporto a un kamikaze dell’IS, autore di un attacco a una moschea sciita in Kuwait con 26 morti e centinaia di feriti. Il 2 novembre la Corte del Kuwait ha condannato 5 persone per avere raccolto denaro e averlo trasferito allo Stato Islamico. La somma era del valore di 1 milione e 300mila dollari americani. Anche gli Stati Uniti, che hanno ammesso forti responsabilità nella crescita e nel finanziamento dello Stato Islamico (vedi le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton) – assunte e poi scappate di mano nel tentativo di opporre un fronte al presidente siriano Assad – sono formali oppositori dell’IS.
Il seguitissimo articolo del Sole 24 Ore del 19 novembre, «La Saudi Connection che frena la lotta all’ISIS», offre diversi spunti. Ma confonde le idee in fatto di cause ultime riconducendole all’Arabia Saudita. La tesi più corretta da formulare risulta questa, e la pone il blog RADAR.
A sostenere l’IS è un fronte o una coalizione anti-sciita, finanziato dai gruppi islamici di corrente sunnita presenti nei Paesi arabi del Golfo Persico e del Medio Oriente nominati sopra nel Censimento. Bisogna considerare le dichiarazioni del principe saudita Saud al-Faisal, da lui rilasciate nell’estate 2014 sull’IS: «Lo Stato Islamico, o ISIS, è la risposta sunnita al sostegno americano dato al partito al-Da’wa in Iraq» (le riporta il giornalista David Gardner sul Financial Times, luglio 2015, in un articolo più chiaro del pezzo del Sole 24 Ore). Chi è al-Da’wa? È il partito (e gruppo armato, attentatore nei confronti sia di Saddam sia degli USA) che vinse le elezioni nel 2005 in Iraq, nel dopo-Saddam. Il principe Saud al-Faisal «aveva avvertito il presidente americano George Bush dei pericoli di una guerra in Iraq contro Saddam, nel 2003», riferiscono le fonti.
Succede anche in Italia? Il programma d’inchiesta Report del 15 novembre ha riferito l’esistenza di una cellula dell’IS nel territorio italiano, che recluta, addestra e intercetta armi: armi pagate con petrolio, tra aziende e Stati, e sempre «con tangenti».

CONCLUSIONI
Sembra un problema religioso. Ma non lo è. I musulmani descrivono i terroristi come degli «alienati, ignoranti, pregiudicati, spiantati, falliti, frustrati, ipocriti, cattivi, cupidi, meschini, psicopatici», i loro ideologi come «sproloquiatori» e «manipolatori benpensanti», le loro correnti come delle «sette», «scismi che non hanno niente a che vedere con l’essenza dell’Islam».
Sembrava la storia di una società secolarizzata, il moderno Medio Oriente, che regredisce verso una società integralista e teocratica (il califfato dell’IS); in realtà è la storia di una società integralista (l’IS) che si impossessa dell’apparato amministrativo-tecnologico di una società secolarizzata (sistemi Android e iPhone, armi chimiche, raccolta fondi, marketing digitale, aiuti umanitari alla popolazione).
Sembrava un problema degli Stati Uniti: invece è un problema di Roma. Sembra un problema che non possiamo risolvere noi. Invece possiamo. Possiamo mettere a tacere con informazioni la propaganda dei politici nazionali e dei loro emissari, che dichiarano guerra senza sapere cosa dicono. Possiamo evitare che i nostri rappresentanti si vendichino sulle minoranze musulmane usando il pretesto di una moschea. Possiamo fare pressione per ottenere più chiarezza e più integrazione tra laici e credenti, tra musulmani e non-musulmani. Possiamo agire in grande anche guardando il piccolo. Altrimenti, lo scontro tra Occidente e integralismo sunnita sarà strumentalizzato solo per restringere le nostre libertà personali, ottenute con secoli di battaglie per i diritti.

Lo Staff, giovedì 26 novembre 2016 ore 02:50

radarmelegano@gmail.com

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Cronaca

Caterina Ippolito: contraffazione è crimine organizzato

MELEGNANO – Ambulanti irregolari con merce contraffatta, grandi assenti domenica scorsa. Il 15 novembre nessun giovane subsahariano e orientale ha esposto al mercato. La presenza di rinforzi (Carabinieri e Guardia di Finanza) ha contribuito a fornire l’impressione di un mercato lindo, libero dalla contraffazione.

«Domenica, un mercato come Dio comanda – è il commento dell’Associazione Commercianti melegnanese. – Non c’era una postazione abusiva a terra. Se si vuole, si può».

Caterina Ippolito, presidente dell’Associazione melegnanese, afferma: «Nessuno ci ha detto esplicitamente che la situazione di domenica scorsa è collegata a quello che è successo in Francia. Ma lo pensiamo tutti. So che ieri c’è stata una riunione per la delibera comunale, per le risorse da stanziare in favore della Convenzione con il Comune di Milano. La speranza è che il mercato continui a essere come era domenica».

Poi Ippolito nomina espressamente il crimine organizzato. «Ognuno di noi deve pensare che tutto ciò che è abusivo alimenta la criminalità organizzata, e una parte di questi proventi, è statisticamente provato, va a finanziare il terrorismo. Contraffazione, mercato nero, sono cose che andiamo a pagare care, anche a livello di tasse. Più siamo nella legalità, più le tasse si abbassano. So di essere controcorrente se parlo così. Ma rimaniamo nella legalità».

Marco Maccari, mercoledì 18 novembre 2015 ore 19:44

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@mamacra

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Cronaca

Io non sono Alfa

20151023_203002VIA MONTE SUELLO – Un capriolo e uno scoiattolo muoiono. Il bosco si spopola. Terrori che non esistono. E gli uomini neri. Attentati, bersagli civili mai toccati prima; coprifuoco. Terrore. Sui luoghi dei crimini, una lettera, scritta con una mistura di vernice, pomodoro e sangue di 20 soggetti diversi, in rosso: la lettera greca alpha. È il romanzo Io sono Alfa di Patrick Fogli, bolognese, salutato dalla critica come massimo autore noir italiano vivente. Sara Marsico porta lo scrittore a Melegnano per BookCity 2015 e il ristorante L’Ape Regina li ospita a cena, davanti a un pubblico scelto

«Tre personaggi, i protagonisti del romanzo – racconta Fogli – cercano di risolvere il mistero e finiscono colpiti da Alfa. Sono Francesca, donna che perde bambina e marito e immagina la vendetta fisica contro gli uccisori, arriva a telefonare in radio per uno sfogo delirante pur di dare la colpa a qualcuno. Il secondo è Paolo, un giornalista spregiudicato, un cinico, cui interessa solo scovare chi ha commesso i delitti, non perché; è ambiguo, ha amicizie ovunque e un rapporto molto strano con un amico nei servizi segreti. Infine Gualtiero, il politico. Lo adoro. Doveva essere fin dal nome un politico di un’altra era, quando marketing e politica facevano due mestieri diversi. Nella trama lo conosciamo durante un Capodanno, a una festa di compleanno con un amico democristiano. È un uomo che ha perso l’orientamento, ma cerca la verità dietro gli attentati di Alfa. È la cassandra del romanzo».

Ricordo quando è cominciato a cambiare il significato delle parole, citano Sara Marsico e Fogli leggendo uno degli esergo tratto dal film V per Vendetta. «Quando il nazionalsocialismo mise nero su bianco la legge razziale – commenta l’autore, – cambiò il significato di una parola. Ebreo diventò una razza. E diventò ebreo anche chi non lo era mai stato, solo in virtù di avere avuto nonni ebrei. Ecco, senza quella modificazione non sarebbe stato possibile legiferare contro gli ebrei. Viviamo costantemente circondati dalla modificazione delle parole. Una delle chiavi del libro è tentare di raccontare una società che ha perso il significato del ragionamento, il rapporto causa-effetto. Ricordo una barzelletta da spogliatoio di un tennis club; la barzelletta consisteva nel fatto: ti piacciono i pesci rossi? Allora sei frocio. Oggi è possibile affermare A e non-A nella stessa frase. Con la sensazione di guardare la crosta rimasta di ciò che le cose che erano un tempo. Cito il romanzo: come cittadini e consumatori abbiamo una soglia di attenzione ridotta a pochi istanti. Desideriamo con disperazione di essere una porzione di qualcosa, ma non la saremo mai. E il problema sarebbero i politici? Siamo noi. Io non credo alla società civile. Di questa espressione ci siamo riempiti la bocca. È una separazione autoconsolatoria e falsa. Lo vediamo con la cronaca di questi giorni. Con le parole di De André: non pensate di essere innocenti».

«Spiavo un quiz televisivo della sera, le domande con gli anni. Ti danno 4 anni diversi tra i quali scegliere, e poi ti fanno una domanda su un fatto. e chiedono di datarlo. Ed è straordinario. È uscito che Letizia Moratti è stata ministro del governo Badoglio, che il presidente statunitense Nixon è entrato alla Casa Bianca negli anni Ottanta. L’eccezione, in questo quiz, è il concorrente che ti risponde giusto. Gli altri si scusano: ma io non ero vivo. In un’altra trasmissione hanno sbagliato a riconoscere Alain Delon sei volte, non riconoscevano Michelle Obama. Mi chiedevo: ma in che mondo vivono? In un mondo in cui non hai idea da dove vieni?».

«Nel romanzo la società italiana precipita nel coprifuoco, ma nessuno non fa nulla; subiscono passivamente. Trovo che viviamo con l’ossessione di sentirci al sicuro. Oppure, all’opposto, ci preoccupiamo di niente. Viviamo in un mondo in cui esiste il rischio, e siamo ossessionati dalla sicurezza al 100%. Assumiamo comportamenti con i quali ci facciamo ridere dietro. Ricordo questo: dopo l’11 settembre la basilica di S. Petronio a Bologna fu transennata. Era finita nell’elenco degli obiettivi sensibili. Perquisivano all’ingresso. Perché? Una cappella, buia, in un angolo, aveva un affresco con Maometto all’inferno. Per ‘sta fesseria».

«Per battere Alfa bisogna diventare Alfa. Come nelle mafie: è il pentito quello che uccide le organizzazioni criminali. Nel romanzo, qualcuno si ribella e dà vita a una manifestazione. Credo che in Italia esista una speranza: è in quelli che scrivono sui muri. Da una parte, gli Alfa lasciano per terra le lettere rosse. Dall’altra parte c’è chi fa la stessa cosa, scrivendo ‘io non sono Alfa’, cercando di ripristinare l’ordine delle cose, delle poche verità non confutabili. Come un ritorno al ragionamento. La speranza è che, di fronte a qualsiasi barbarie, ci sia un piccolo atto di resistenza da compiere».

Marco Maccari, venerdì 23 ottobre 2015 ore 21.56

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@mamacra

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I lettori scrivono

Italia: e adesso, sarà guerra al terrore?

leptis-magna-face_1773510bChiediamo ai lettori melegnanesi che cosa pensano delle conseguenze dei fatti terroristici di gennaio e dei venti di guerra, manifestati questa settimana, che spirano sull’Italia dalla Libia.

Andrea: volevano metterci in crisi (e ci stanno riuscendo)
«Se dovessi dare una risposta di pancia direi che bisognerebbe applicare tolleranza zero e proteggerci per il futuro in ogni modo possibile. Ma come mettere in pratica la prevenzione? Il rischio di (s)cadere nella xenofobia è elevatissimo. Penso che mettere in difficoltà la nostra società sia uno degli obiettivi dei terroristi. Voglio dire, in questi casi è difficile se non impossibile separare la testa dalla pancia. E ciò si rifletterà in una contrapposizione di vedute all’interno della nostra società. In questa frattura si infilano facilmente. Dalla loro hanno una forte unità. E mentre noi occidentali pensiamo cosa fare, loro agiscono. Quanti di coloro che hanno solidarizzato al grido di Je Suis Charlie hanno compreso fino in fondo che cosa significasse? Temo che molti lo abbiano fatto per non essere diversi dagli altri. Insomma è un bel casino, chiedo perdono per l’espressione. Ma secondo me è proprio quello che volevano produrre».

Carlo: care libertà europee, dovremo rinunciare a voi
«La cosa mi ha choccato profondamente. Ero a Parigi fino al giorno prima. Per difendere la libertà di espressione credo che purtroppo dovremo abituarci a questi gesti estremi e ai tentativi paralleli dei governi nazionali di ridurre allo stesso tempo le libertà individuali nel nome della sicurezza. L’operazione sarà europea, ci stanno sicuramente lavorando. L’accordo di Schengen (convenzione UE del 1995 sulla libera circolazione di persone e merci) rimarrà operativo, con tante limitazioni».

Alessandra: attenzione, per 150 anni sono stati tenuti sotto la scarpa
«Una persona che conosco vive a Parigi e abita nel 19° arrondissement (quartiere considerato cellula terroristica). Dopo Charlie la stampa italiana è piovuta dal cielo, ma a Parigi lo stato di allerta era già molto alto da novembre. Tant’è che agli scolari, tra i quali le figlie del mio conoscente, è stato impedito di fare una festa dell’asilo a Natale per evitare un assembramento di persone.
Unica cosa che vorrei puntualizzare: difendo la libertà di espressione, bisogna comunque sempre calcolare lo stato di rischio. Il disegno è una forma di comunicazione. Anche chi fa una vignetta entra nella striscia di Gaza, ci sono azioni che innescano determinate conseguenze. Quelle persone hanno pochissimo senso dell’umorismo, si va ad attaccare qualcosa che per loro va molto oltre la religione e l’identità personale: è il riscatto di tutto un mondo che per 150 anni è stato tenuto sotto la scarpa. Ho una formazione in scienze politiche, indirizzo internazionale, l’Islam e la lingua araba li ho studiati molto. Ho parlato a lungo con originari della Palestina. Bisogna capire.
È la rabbia degli esclusi, di quelli che non sono capiti. Letta la storia dei due fratelli Kouachi, cresciuti senza amore, non mi sono stupita più di tanto: la banlieu di Parigi fa schifo, come nessun luogo. A Parigi è davvero stridente il contrasto tra il centro, bellissimo, e la banlieu, dove risiede solo l’abbrutimento. Da educatrice – vivo con gli studenti tutti i giorni – dico ai ragazzi: a quei fratelli è mancato qualcosa. Fate in modo che non manchi anche a voi».

Marco Maccari, mercoledì 18 febbraio 2015 ore 15:00

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